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Beni culturali, il “j’accuse” di Cecchi e Carandini
di GAIA RAU


L’archeologo: “Lo Stato non fa abbastanza, servirebbero almeno 200 milioni. Il ministro Bray mi ha deluso”. L’ex sottosegretario: “Siamo al minimo storico, non possiamo più tagliare alcunché. E occorrono nuove leggi”.



E’ un grido di dolore lungo un’ora, quello che, in un Salone de’ Dugento gremito, apre la seconda giornata de “La Repubblica delle Idee”. Sul banco degli oratori l’archeologo Andrea Carandini, l’ex sottosegretario Roberto Cecchi e il giornalista Maurizio Ricci, impegnati in una discussione su “La salvaguardia dei beni culturali”. Seduti in prima fila, tra il pubblico, la soprintendente al Polo museale Cristina Acidini e il deputato Pd ed ex vicesindaco Dario Nardella.

L’incontro, organizzato in collaborazione col Fai, è l’occasione per fare il punto sullo stato dei beni culturali in Italia, partendo dall’articolo 9 della Costituzione che obbliga lo Stato alla promozione della cultura e della ricerca e alla salvaguardia del patrimonio culturale e paesaggistico. Ma la prima riflessione da parte dei due esperti è proprio un puntare il dito sulla sua assenza in questo settore: “La Costituzione lo dice in modo chiaro, dobbiamo partire dallo Stato – dice Carandini – Ho letto le prime dichiarazioni del neo ministro Bray e vi ho trovato spunti interessanti, ma è mancata una denuncia della situazione del nostro ministero. C’è una carenza gravissima di personale, cosa succederà quando altri andranno in pensione? Dovremo chiudere i musei? E poi mancano i finanziamenti: oggi vengono stanziati 90 milioni all’anno per l’intero settore in tutta Italia, che diviso per i vari centri di intervento è niente. Io ho chiesto al ministro
mille nuove assunzioni nel giro di tre anni e di portare gli investimenti ad almeno 200 milioni. Si può decidere di non dare nulla, ma bisogna essere consapevoli delle conseguenze”.

Chiarisce Cecchi: “I numeri purtroppo danno il senso della tragicità. Purtroppo i soldi stanziati sono anche meno: se escludiamo il Fus, il Fondo unico per lo spettacolo, il finanziamento pubblico ai beni culturali oggi è pari allo 0,19 per cento dell’intero bilancio dello Stato: circa 50 milioni, quando il solo restauro del Colosseo ne è costati 25. Non è più possibile tagliare alcunché”. E ancora, sulla questione personale: “La Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze oggi conta su 125 persone, ma sappiamo che nell’arco di due o tre anni, con i pensionamenti, si arriverà a 25/30. E questo significa inevitabilmente la sua chiusura”.

Il tutto in un Paese in cui la cultura dovrebbe essere più che mai al centro. “Il 50 per cento del territorio nazionale è considerato di interesse paesaggistico. I musei statali sono 424. I beni culturali sono diffusi come una macchia, sono una sorta di infrastruttura che attraversa l’intera Italia”, dice Cecchi. “Per questo – ribadisce Carandini – mi ha deluso un ministro che non ha chiesto nulla. Uno Stato che non investe crea difficoltà anche ai privati: come si può chiedere loro soccorso se il pubblico per primo non fa il suo dovere?”.

C’è chi suggerisce, in una situazione di crisi, di concentrare gli investimenti solo su quei luoghi che attirano maggiore interesse. Ma, per i due relatori, non potrebbe esserci soluzione più sbagliata: “Trentacinque milioni di visitatori all’anno entrano nei nostri musei. Di questi, la metà si concentra in sei strutture soltanto – argomenta Cecchi - Ma da questa lettura resta fuori il fatto che i cosiddetti musei poco visitati sono realtà come il Bargello, Brera, Capodimonte, che attraggono 200 mila visitatori all’anno. Gli Uffizi, al contrario, soffrono di degrado antropico, e lo stesso vale per il Colosseo. La logica, allora, è creare una distribuzione valorizzando, per esempio, gioielli meno conosciuti come le Ville Medicee a Firenze o le Ville Palladiane a Vicenza. Quella distribuzione che in altre parti del mondo non è possibile, perché loro non hanno quello che abbiamo noi”.

Secondo Cecchi, la gestione pubblica è in ogni caso premiata dai visitatori: “I sondaggi mostrano che il gradimento nei confronti dei musei italiani è del 75 per cento. L’unico dato in flessione è quello dei servizi esterni, dell’accoglienza. Non a caso, proprio quei servizi che, da trent’anni, abbiamo deciso di appaltare ai privati. Questo significa che, nonostante le semplificazioni giornalistiche, la gestione pubblica dei beni culturali funziona. Anche con lo 0,19 per cento del Pil. Il Louvre, a Parigi, attira 8 milioni di visitatori all’anno e può contare su 2.231 persone in servizio. Il Colosseo ne attira 4 e ha soltanto 31 persone divise su due turni”.

Secondo Carandini, “occorre ripensare il modello generale di sviluppo. Quello attuale, basato sul manifatturiero, non funziona più”. E il settore privato “si trova imprigionato in un sistema in cui non può dare il meglio di sé”. Serve inoltre puntare su un turismo diverso: “Basta con quello rapido, mordi e fuggi, privo di formazione”. E proprio su questo tema, arriva la riflessione di Ricci: “Il 10 per cento del Pil italiano è legato al turismo. Metà dei turisti scelgono in Italia per le città di interesse storico o artistico. E questo settore dà occupazione a 2.200 addetti, quanto moda, auto e arredamento messi insieme. Ma sono comunque troppo pochi, rispetto per esempio alla Francia e alla Spagna: è come una macchina che non parte, una leva inceppata”.

Tra gli argomenti sollevati c’è infine quello dell’autofinanziamento dei beni culturali, sul modello britannico, con i principali musei, National Gallery in primis, che sopravvivono a ingresso gratuito, grazie a donazioni e contributi privati. “Ma questa cultura, tipicamente anglosassone, a noi non appartiene – commenta Cecchi – Un raffronto non è nemmeno immaginabile”. La priorità, secondo l’ex sottosegretario, sono le leggi: “Sui beni culturali, e sul restauro. Basta palleggiamenti: portano sempre a un compromesso al ribasso. La legge Ronchey, a metà degli anni Novanta, ha trasformato radicalmente la situazione, permettendo ai musei di aprire anche nei pomeriggi e nei weekend. Ma oggi non è più adeguata. E’ stato come costruire una Ferrari e poi dimenticarsi di farle il tagliando”.

(07 giugno 2013)

http://firenze.repubblica.it/cronaca/2013/06/07/news/beni_culturali_il_jaccuse_di_cecchi_e_carandini_secondo_cecchi_la_gestione_pubblica_in_ogni_caso_premiata_dai_visitatori-60567992/?ref=HRER3-1


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