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UN FUTURO PER LAQUILA PREDA DELLINDIFFERENZA
SALVATORE SETTIS
VENERD, 10 MAGGIO 2013 LA REPUBBLICA - COMMENTI



LAquila ancora in Italia? Il sindaco Cialente ha ammainato la bandiera italiana dalla sua citt in rovina e riconsegnato la fascia tricolore al capo dello Stato per esprimere preoccupazione, rammarico e mortificazione per labbandono in cui giace la citt deserta, dove da ottobre, nonostante il (buon) provvedimento Barca, non arriva un centesimo per la ricostruzione, paralizzando i cantieri e consegnando i cittadini a una condizione di scoramento, sfiducia, rabbia, disperazione, povert. Lo Stato ci ha abbandonati, scrive il sindaco; nella nostra Costituzione si respira la responsabilit istituzionale e democratica che si esprime nei diritti e nei doveri delle istituzioni e dei cittadini. Questo spirito non lo vedo nel comportamento dello Stato.

Domenica 5 maggio, pi di mille storici dellarte di ogni et (universit, soprintendenze, licei...), auto-convocati per unidea di Tomaso Montanari, si sono raccolti allAquila da tutta Italia per vedere con i propri occhi, e denunciare al Paese, il colpevole abbandono del centro storico a oltre quattro anni dal sisma. Echeggia, in questa presenza civile e nelle parole del sindaco, un aspro contrasto fra i principi della Costituzione e il comportamento dei governi.

In nessun luogo come allAquila evidente il nesso fra le rovine materiali di un centro storico e la rovina morale e sociale che minaccia la nostra societ.

Qui il degrado civile si rispecchia in un doppio disastro, il terremoto e la pessima gestione del dopo-terremoto, che ha privilegiato la costruzione delle cosiddette
new towns abbandonando il centro storico, deportando gli abitanti non nelle ridenti citt-giardino promesse da Berlusconi, ma in quartieri-ghetto privi di spazi per la vita sociale.
Pensava gi a questo il costruttore Piscicelli, quando la stessa notte del sisma se la rideva con un suo compare progettando cemento e affari?
E perch il deputato Pdl Stracquadanio dichiar alla Camera che
L'Aquila era una citt che stava morendo indipendentemente dal terremoto, e il terremoto ne ha certificato la morte civile, se non per giustificare la deliberata distruzione del tessuto sociale?

Dobbiamo dimenticare queste infamie in nome di una umiliante pacificazione che ci costringa allamnesia?

di fronte agli eventi straordinari (come il sisma) che si mettono alla prova le regole del vivere civile: perci abbandonare LAquila sarebbe il sinistro prologo della morte della tutela in Italia. Almeno due volte, in unItalia assai meno prospera di questa, LAquila fu abbattuta da un terremoto, e prontamente ricostruita. Il suo centro storico, tra i pi preziosi dItalia, il frutto di un atto di fondazione, laggregazione di comunit di cittadini che dai 99 castelli del territorio confluirono nel Duecento in una sola citt: un gesto di sinecismo, diremo con parola greca (synoikismos,
darsi una casa comune).

La stessa parola che per i Greci descriveva lorigine di citt come Rodi o Atene. Il sinecismo dellAquila il massimo esempio medievale di un processo aggregativo di natura economica, etica e civile: le singole comunit mantennero il nucleo identitario dorigine nelle chiese e nei nomi dei quartieri, cos contribuendo a definire lidea italiana di citt-comunit. Perci svuotare il centro per disseminare gli aquilani nelle campagne un gesto violento quanto il terremoto, capovolge il sinecismo nel suo rovescio, la deportazione.

Inutilmente la formula inglese new towns tenta di dare una patina colta a questa operazione brutale. Le New Towns furono un esperimento urbanistico iniziato nel 1947 a Londra, per controllarne la crescita. Furono accuratamente pianificate a partire dagli spazi sociali, dai trasporti, da un calibrato rapporto citt-campagna: lesatto opposto di quel che offrono le bugiarde new townsdi
Berlusconi, che hanno devastato i suoli agricoli senza creare spazi per la vita sociale. E questo allAquila, dove gli Statuti medievali prescrissero agli abitanti di realizzare collettivamente,
uti socii, gli spazi pubblici (la piazza, la fontana, la chiesa), prima di insediarsi uti singuli nelle loro case!

Ma la scelta perversa di quel governo resiste alla prova degli anni, e le rovine della citt si sommano a quelle della societ, alla crescita dei disagi, della disoccupazione, delle malattie mentali. LAquila si allontana dallItalia e dal mondo. Con gli aquilani, vien messa al bando dalla citt la maest della legge, la verit della Costituzione. I nostri centri storici sono vita, non si possono perdere senza sentirsi mutilati, menomati nello spirito; le rovine sono come cicatrici dello spirito, dove rimane la cecit e lamnesia, irrimediabile (Calamandrei).

Perch non stata fatta una legge speciale per LAquila? Perch non si possono dirottare su questa citt-martire i soldi che bastano per acquistare un aereo militare, per costruire un chilometro di Tav? Le promesse di aiuto dei paesi del G8 hanno prodotto finora ben poco: ma perch non si pu lanciare la ricostruzione dellAquila (necessaria comunque) allinsegna di un grande centro di ricerca e formazione specializzato in interventi in aree sismiche, dalla prevenzione al restauro? Un centro come questo avrebbe da subito un ruolo internazionale, contribuendo alla ricostruzione di quella che rischia di restare una Pompei del XXI secolo, ma senza trasformarla in un theme park, in una Disneyland che ne offenda la storia.

Il ministro dei Beni culturali, Massimo Bray, ha dato un gran bel segnale con la sua visita allAquila domenica; il nuovo governo vorr, salvando questa citt in ginocchio, riaffermare la priorit costituzionale della tutela? Non c pi tempo per aspettare domani, dicevano (anzi gridavano) decine di cartelli nelle mani degli studenti, domenica 5 maggio.



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