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Grande Stevens: «E farte la vera risorsa della città»
Titti Marrone
IL MATTINO 19-MAR-2005

Sogna per Napoli un futuro leggero. Quello di città in grado di vivere d'arte e turismo e bellezze naturali e luce e clima: il clima tiepido e incantato che a Pranzo Grande Stevens, trasferito a Torino da cinquantun anni, manca irrimediabilmente. Lui napoletano d'alto rango intellettuale, porta in giro il suo legame con la città dov'è nato nel 1928 come un dono ricevuto dalla sorte. Qualcosa di cui andar fieri E non è il pavoneggiàmento di uno che, dopo una lunghissima camera di avvocato di personaggi come Gianni Agnelli e l'Aga Khan, può permettersi di gocare con quelle sue origini, essendo infine arrivato al vertice della torinese Compagnia di San Paolo. Con quel cognome impegnativo che si ritrova, Grande Stevens fiero di esser napoletano lo è da sempre. E fa piacere pensare che in tempi di pessima immagine della città ci sia un partenopeo «della diaspora» a farci fare bella figura.
«Se devo esser sincero, essere nato a Napoli è una cosa che mi ha sempre aiutato», dice Grande Stevens. «Un napoletano a Torino può far leva sulla fantasia che, coniugata al rigore degli studi, costituisce una miscela vincente. Racconto il mio caso: volevo fare l'avvocato, aspettavo l'occasione giusta. Arrivò quando, nello studio Greco a Torino, cominciai a occuparmi di marchi: Ferrero, Lavazza e altri. Era una dimensione che pochi conoscevano, nuova. La affrontai con quel po' di fantasia in più che mi veniva dall'essere napoletano. Dopo sei o sette anni, venni ritenuto esperto in quel campo».
Fu allora che incontrò Gianni Agnelli?
«Poco dopo. Mi mandò a chiamare, mi disse: "Mio nonno aveva bisogno di un assistente legale in campo civilistico, s'informò su chi fosse il più bravo, gli fecero il nome di un napoletano, Vincenzo Ianfolla. Io ho fatto come lui. Mi sono informato e anche a me hanno fatto il nome di un napoletano. Il suo". Cominciò così con Agnelli, poi via via vennero i lavori più importanti. Quando, con Pisapia, mi hanno dato la medaglia dell'Ordine di Napoli, mi hanno chiamato "napoletano esportato". Ma non sono un'eccezione. I legami tra Napoli e Torino sono sempre stati forti fin dall'Illuminismo. Bisognerebbe dirlo a Bossi: mai sentito parlare di De Sanctis, Mancini, Scialoja, Poerio, Omodeo?»
È la Napoli a cui lei è più legato?
«Sì, quella degli studi, di Filangieri, di Giannone che era un mio avo per parte di madre: in ricordo di questo mi hanno dato la cittadinanza onoraria di Ischitella. Ricordo ancora la visita a Croce che feci conmio zio a villa del Tritone. E l'incontro a Sorrento con Salvemini. Brillantissimo, scintillante, una battuta dietro l'altra Diceva: "Nenni è il più intelligente tra ì socialisti. Ma non vuol dire che sia intelligente". Amo la Napoli della cultura e quella dell'alta tradizione forense».
La sua immagine più diffusa oggi è il suo contrario: camorra, illegalità, caos della giustizia.
«Il problema è solo economico. Se l'economia in una comunità ha un certo sviluppo, si riduce la possibilità di organizzazioni malavitose. Oggi l'economia napoletana è in mano alla camorra e questo non è normale. Con un'economia normale la gente non ha bisogno di dipendere dai camorristi. Il segno di questa dipendenza emerge come uno schiaffo in faccia allo Stato nella solidarietà manifestata dalle donne di Scampia verso i delinquenti. Sono i datori di lavoro dei loro figli, quelli
che danno loro da mangiare. Quando vivevo a Napoli le stesse cose accadevano alla Duchesca: le donne si ribellavano contro i sequestri delle sigarette di contrabbando. Poi c'è stata la crescita del volume di affari che, con la droga, ha
raggiunto fatturati altìssimi. Introdurre un'economia sana vuoi dire scardinare questo mercato perverso. Non si può fare con l'industria né con un'economia da programmi Nasa. La nostra ricchezza è nella bellezza, nell'arte, nella cultura. I beni immateriali sono il futuro».
Ma perché quella del benessere globale, come la chiama il sociologo Domenico De Masi, diventi una vera industria occorre un tempo lunghissimo.
«Bisogna pur cominciare. Non c'è altra soluzione. Se si riesce a vendere il sogno di Disneyworld nelle paludi di Attenta, i beni turistici senza le bellezze, s'immagina da noi che cosa si potrebbe fare? L'industria del tempo libero è quella con i più alti fatturati al mondo. Un esempio ce l'ha dato l'Aga Khan, quando ha trasformato un pezzetto di Sardegna e lo ha reso famoso in tutto il mondo».
Però lo ha anche snaturato, con uno sfarzo per soli ricchi.
«Ma se ha costruito campi da golf e tennis e alberghi, dando lavoro in posti dove una volta pascolavano le pecore! Certo, quando si parlò del progetto della Costa Smeralda, in consiglio comunale dissero: l'Aga Khan ci vuole trasformare in un popolo di camerieri. A parte il fatto che il lavoro di cameriere è difficile e serio, è una semplificazione assurda delle opportunità offerte dall'industria turistica. Si potranno criticare i villaggi in stile moresco della Costa Smeralda, ma è un esempio di come portare benessere al Sud. È impensabile che i pastifici di Gragnano risolvano il problema. I nostri pozzi di petrolio sono le bellezze naturali e artistìche. Guardi che successo ha avuto la mostra di Caravaggio».
A proposito di risorse del Sud. Il fatto che il Banco di Napoli sia stato assorbito dal San Paolo non è un fattore d'impoverimento della città?
«Al contrario, l'ha arricchita Si sono uniti due modi di fare banca. Il San Paolo, da tanti punti di vista numero uno tra le banche italiane, si è certo arricchito a sua volta. Ma il Banco di Napoli è passato dal fallimento a una diffusione sul territorio nazionale che prima non aveva. Lavora, guadagna, aiuta industrie e imprenditori come mai prima, colloca proporzionalmente più strumenti finanziari di quanto facciano le regioni del Nord».
Ad essere invece attivissime al Nord e latitanti al Sud sono le Fondazioni: non potrebbero quelle ricchissime del Nord «gemmare» Fondazioni anche da noi?
«Le Fondazioni di origine bancaria sono più o meno ricche dal punto di vista patrimoniale a seconda delle banche che le possiedono. Quella del Banco di Napoli ha avuto problemi legati alla sorte successiva. Per quella "gemmazione" sarebbe necessario che le varie banche avessero nei loro statuti la posibilità d'intervenire altrove. Il San Paolo ce l'ha, e fa molti interventi a Napoli: alla Pietà dei Turchini, alla Federico II, al Suor Orsola. Ora ci accingiamo a intervenire su sollecitazione di Gerardo Maretta, a sostegno di un Comitato di fondazione dell'Istituto per gli studi filosofici, perché i fondi statali non arrivano».
Una domanda finale sull'economia asiatica: con una crescita dell'8% annuo ha raggiunto l'Italia e dal 2005 ci supereranno. Ha senso limitarne lo sviluppo o la si può agganciare a una prospettiva di avanzata del Sud?
«Tra dieci anni l'economia asiatica sarà al vertice mondiale. Ed è falso ritenere che la sua produzione sia grossolana: sono raffinatissimi, capaci di eguagliare anche lo stile italiano. E una sfida da cogliere, non da ostacolare. A mio avviso è stupido parlare di dazi, dobbiamo imparare a lavorare con quell'area economicamente importante che può portare vantaggi soprattutto al Sud. L'ideale sarebbe fare produzioni insieme. Penso, ad esempio, a una partnership nel turismo, nell'attrezzatura delle coste. I cinesi hanno anche fame di arte. Agganciarci a loro sarebbe la nostra ricchezza».



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