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Se alla cultura si fanno i conti in tasca
L.F.
la Repubblica, 17/3/2005

Valore aggiunto, produttività, occupazione, marketing, redditività. Fino a qualche tempo fa nessuno avrebbe pensato con un lessico del genere di trovarsi davanti a un testo che tratta di musei, musica lirica, teatro o cinema. E invece da un po' di anni a questa parte la cultura è considerata un settore dell'attività economica come gli altri, oltre ad essere diventata protagonista delle politiche del governo e delle amministrazioni locali.
Nel bene e nel male, come dimostrano gli scioperi di questi giorni in tutti i teatri lirici italiani per protestare contro i tagli nella finanziaria al Fondo dello spettacolo.
Dei tagli alle spese per la cultura decisi dal governo, ma non solo di questo, si parlerà oggi a Roma, dove alle 16 nella ex chiesa di Santa Marta a piazza del Collegio Romano, verrà presentato il Il Rapporto sull'economia della cultura in Italia. 1990-2000. Ci saranno, oltre al ministro della Cultura Giuliano Urbani, studiosi ed esperti come Sabino Cassese, Boris Biancheri, Enzo Cheli, Sandro Cappelletto, Paolo Leon, Pio Baldi, moderati da Vittorio Ripa di Meana.
Il Rapporto, pubblicato dal Mulino (pagg. 776, euro 60), raccoglie a cura di Carla Bodo e Celestino Spada una nutrita serie di brevi saggi che fanno il punto su tutti i possibili aspetti e problemi della materia in base ai dati del decennio in questione. In sintesi si vede che negli anni '90 la spesa per la cultura è cresciuta (33%) molto meno che nel decennio precedente (90%). Che lo squilibrio tra nord e mezzogiorno non si è sanato anzi si è aggravato, che la "devolution" ha creato una confusione che ancora rimane tra le competenze del governo e quelle degli anti locali.
«I problemi - dice Vittorio Ripa di Meana, presidente dell'Associazione per l'Economia della Cultura, che oltre al Rapporto produce una rivista ed è in pratica il punto di riferimento nazionale sulla materia - si sono poi aggravati nel primo scorcio del decennio attuale. Il settore è in difficoltà, questi tagli nel bilancio pubblico sono preoccupanti. Bisogna far capire che la debolezza economica del settore si traduce immediatamente in una sofferenza del livello culturale del paese, perché i tagli significano meno spettacoli teatrali, meno opere rappresentate, ecc.. Io mi chiedo se la destinazione dei finanziamenti ad altri settori, poniamo la Difesa, piuttosto che alla Cultura, non debba essere preceduta da un dibattito pubblico esplicito e trasparente».
In effetti il quadro generale non è molto incoraggiante. Nel settore dei Beni culturali, per fare un esempio, la spesa privata stenta a decollare. Si producono mostre-evento - non sempre di livello - di grande richiamo sul pubblico, ma il numero dei visitatori dei musei non aumenta. «In Italia (e solo qui) per anni si è dibattuto sul falso dilemma tutela/valorizzazione - dice Carlo Fuortes, amministratore delegato di Musica per Roma e curatore della sezione Beni Culturali del rapporto - per poi scoprire da una parte che questo è un settore eminentemente "non-profit", e per un altro verso, che un'offerta gestita con criteri economici e manageriali non poteva che portare un miglioramento generale».
Il Rapporto mette ancora in evidenza come nel settore degli audiovisivi non esistano più di fatto imprese nazionali all'infuori di Rai e Mediaset, e ci informa delle difficoltà di un settore come l'editoria, alle prese con il calo dei lettori e la pubblicità sempre più preda delle televisioni.
E colpisce anche un dato di fondo: i consumi culturali in ltalia sono bassi (inferiori, e di molto, a quelli degli altri grandi paesi europei) e crescono a ritmi molto lenti, dato che vale in pratica per tutti i diversi settori.
«Questo stato generale di difficoltà - secondo Ripa di Meana - dimostra che in Italia la cultura deve ogni giorno guadagnarsi un riconoscimento, come se la dignità della cultura fosse sempre in dubbio».



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