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Rischio improvvisazione. Senza qualità si possono bruciare risorse importanti
Marcello Madau
La Nuova Sardegna 16/3/2005

Il passaggio dall’età della tutela a quella della fruizione di massa ha immesso nel mercato professioni come lo storico dell’arte, l’archeologo, il restauratore, il demo-etnoantropologo, il bibliotecario, l’archivista, tradizionalmente legate alle istituzioni, figure connesse e identificate con le soprintendenze e la docenza universitaria, che peraltro non sono più in grado di assorbirle. E’ un mondo che si sposta fra le regioni della professione e quelle dell’atipico, che porta sfide inedite a una tradizione sindacale che cerca, con difficoltà, di leggere le ‘nuove identità lavorative’ al di fuori dei classici schemi operaisti. Puntuale la riflessione che svolgono a riguardo gli ‘Atipici’ della Regione Emilia-Romagna: “ci siamo accorti che il confine fra la professione ordinata dal codice civile e dalle leggi non è più sufficiente a rispondere ai bisogni diffusi, perchè è rivolta quasi esclusivamente alla tutela interna e non più rispondente alle articolazioni e alle specializzazioni della società; viceversa le professioni "nuove" sono rivolte soprattutto al consumo, quindi sono maggiormente specializzate e tese alla certificazione e all'accreditamento.
Sono risorse ed esperienze entrambe importanti, che pur nella diversità hanno fili comuni che vanno trattati, a nostro avviso in modo comune:
la fiscalità, la qualità, la previdenza, la rappresentanza”. L’esigenza di riconoscimento delle professionalità è molto sentita e sostenuta da associazioni e istituzioni prestigiose (oltre a quelle di specifica categoria), dall’Associazione Bianchi Bandinelli all’ISFOL, all’Assotecnici, a Federculture al CNEL, che ha promosso la Consulta delle Professioni Non Regolamentate. Per l’Associazione Bianchi Bandinelli “a fronte del crescente affidamento ai privati delle attività di gestione e valorizzazione del patrimonio storico-artistico pubblico, come sancito dal Titolo V della Costituzione e dal nuovo Codice dei beni culturali e del paesaggio, manca qualsiasi norma o atto d’indirizzo che definisca in modo vincolante i profili professionali e gli standard qualitativi degli operatori – storici dell’arte, archeologi, antropologi, storici, architetti – cui viene di fatto affidato lo svolgimento di tali attività. Manca perciò qualsiasi garanzia circa la qualificazione scientifica del lavoro svolto in questo ambito, di cui pure si prevede una progressiva espansione, mentre si assiste a una continua crescita della piaga del precariato.” Il crescente lavoro nel campo dei beni culturali aggiunge alle tradizionali identificazioni con la tutela, o con gli orizzonti sofisticati e progressivamente parcellizzati della ricerca, un vastissimo campo attraversato quindi da processi di territorializzazione dei saperi complessi ed economicamente orientati verso il consumo crescente di tempo libero/cultura. In Sardegna, accanto ad un’offerta culturale in via di maturazione con alcune punte di eccellenza, vi è una parcellizzazione di realtà senza piano generale e un’ansia municipalistica di proporsi come una merce qualsiasi: ognuno vorrebbe un museo, molti fanno musei fotocopia praticamente inutili (bene ha fatto l’Assessore Regionale alla Pubblica Istruzione Elisabetta Pilia a denunciare questo rischio), molti vogliono itinerari ed aprire aree senza preoccuparsi della rigorosità della proposta, del carico antropico, della conservazione, della stessa disponibilità del bene culturale, della sua comprensibilità. Abbiamo una ricchezza straordinaria da offrire sul mercato della fruizione, ma se la offriamo senza criterio la distruggeremo velocemente. Potremo essere tentati di chiudere i monumenti a chiave, in attesa di tempi migliori, ma non si può perché sono troppi. Le migliaia di professionisti specializzati nei vari campi possono però affiancare le realtà locali nel suggerire attenzioni alla tutela e costruire percorsi competenti e sostenibili, dirigendo correttamente le intelligenze collettive e le reti municipali comunque in movimento. Un campo di eccezionale interesse è quello legato alle tradizioni popolari, ai profili materiali e immateriali così da tempo in deficit di strumenti di tutela e attenzione, ben visibili nella drammatica inadeguatezza dell’apparato legislativo e istituzionale. Complesso perché soggetto – nella difficoltà di formalizzazione storica e tipologica caratteristica di beni culturali spesso ‘viventi’ – a mutamenti forti di committenza, caratterizzati dall’irruzione, o dal desiderio di irruzione, nella ‘società dello spettacolo’. Se l’opera degli appassionati e dei conoscitori locali ha un ruolo fondamentale nella costruzione delle reti conoscitive, quella dei demo-etnoantropologici formatisi come tali con le scuole universitarie ha un ruolo fondamentale nella interpretazione della conoscenza. “Il problema della qualità della ricerca è molto sentito nel nostro mondo. Le ragioni sono legate all’importanza delle tradizioni popolari nell’isola, al ritardo delle Soprintendenze su questi temi e infine alla presenza di molto dilettantismo nelle proposte ” sottolinea Giulio Angioni, ricordando come alcuni anni fa ci fu un tentativo, non brillante e comunque arenatosi, di dare in qualche modo una riconoscibilità professionale agli antropologi. E certamente anche per il settore degli esperti in problemi demoetnoantropologici – concorda Angioni - sarebbe importante poter garantire, nei riguardi dei nuovi lavori che emergono per le esigenze di ricerca e sviluppo di molte comunità, profili professionali certificati da livelli formativi certi e di tipo universitario. Canti, balli, vestiario tradizionale, tessitura, maschere, processioni… L’altro campo predominante per quantità e interesse nel panorama del patrimonio culturale sardo è l’archeologia. Qua la situazione della professione assomiglia ad una sorta di Via Crucis. Ci sono già stati almeno due tentativi ai quali la Sardegna ha partecipato per costituire un albo e diversi disegni di legge depositati in Parlamento. Un puntuale intervento di Irene Berlingò del’Assotecnici (audizione alla Camera del 9.1.2004) rilevava la presenza nel nuovo Codice dei beni culturali e del paesaggio delle sole professionalità di architetti e restauratori, “con gravi squilibri soprattutto per quanto riguarda gli archeologi, non contemplati nella normativa Merloni a causa della mancanza di albo e in gravi difficoltà per quanto riguarda i cantieri di scavo”, e ancora “Sarebbe perciò auspicabile, onde dirimere l’annosa questione, nel rispetto delle varie professionalità, che nel Codice si introducano gli elenchi interni anche per archeologi e storici dell'arte.”
Esistono già riferimenti professionali interessanti, esperienze di gestione e progettazione che operano in tutta Italia, associazioni europee prestigiose. In Sardegna opera un coordinamento CGIL NidiL collegato a centinaia di archeologi, che ha già trasmesso agli Enti Locali della Sardegna – mi confermano i due responsabili Mauro Perra e Giuseppina Manca di Mores - un proprio tariffario di riferimento, ha avuto molta attenzione da parte dei due Soprintendenti (fatta salva qualche resistenza dell’apparato tradizionale) e che ora chiede la costituzione di un albo regionale di laureati e specializzati d.o.c., per dare garanzie ai professionisti e ai committenti in un campo dove vi è troppa improvvisazione, con garanzie sociali e piena cittadinanza a ruoli assai specializzati che già operano con capacità direzionali nella ricerca e nel cantiere. Pensate poi allo straordinario ruolo dei restauratori nei vari campi dei beni culturali, da quelli architettonici agli oggetti artistici, archeologici mobili e immobili, demo-etnoantropologici. O alla rete di professioni legate alla raccolta e organizzazione dei saperi - mi riferisco in particolare alle biblioteche - (su una scala più iniziatica ma preziosissima, e fondamentale, gli archivi) ha una tradizione e una competenza alla quale corrispondono competenze primarie per la Regione Autonoma. Claudio Gamba dell’AIB ha sottolineato che “ chi frequenti una biblioteca, o chi affronti il problema della gestione di un centro di documentazione, i visitatori di un museo o gli studenti accompagnati in incontri didattici devono avere la garanzia che chi offre loro questo tipo di prodotti o prestazioni è un professionista riconosciuto, certificato e aggiornato.” Anche l’Associazione Nazionale degli Archivisti (ANAI) sottolinea come “il mondo della libera professione necessita di un sistema di regole certificatorie che possa rappresentare, tra l’altro, un punto di riferimento per i committenti”. Infine, gli storici dell’arte (grande tradizione di studi, una dinamica associazione (ANASTAR) e un tariffario disponibile nel sito di riferimento) lamentano giustamente la non adeguata riconoscibilità professionale della propria figura e i complessi aspetti formativi connessi. Ma in Sardegna, di fronte a un’elencazione ormai rituale e spesso ripetitiva (‘dobbiamo valorizzare i nostri beni archeologici, storici, artistici, agroalimentari etc. etc.’), come determinare un’immagine complessiva attraente ma coerente e affidabile dal punto di vista scientifico? La credibilità scientifica degli operatori che elaborano le categorie interpretative da proporre all’esterno è un fattore decisivo. Serve una riflessione, una ‘conferenza’ sulle professioni culturali (riconosciute in quasi tutto il mondo) nell’isola, una decisa iniziativa verso un riconoscimento chiaro dei rispettivi profili, consegnando dignità a queste professioni, risorsa lavoro preziosa in una regione che necessita di figure ad alta formazione, generate (pur nella discutibilità di molti degli attuali corsi di studio) da Università, Accademie di Belle Arti e Conservatori.
Affrontati i problemi di rappresentanza e cittadinanza professionale, può dischiudersi un campo davvero interessante, una strategia generale di grande profilo che potrebbe proprio in Sardegna trovare luoghi di sperimentazione e applicazione inediti e produrre modelli. La rete del territorio, innervata di una quantità stupefacente di beni culturali di ‘importante interesse’, può esser gestita compiutamente solo dal basso (ed è l’unica speranza che ha per sopravvivere e proporre se stessa) e solo da una rete non meno straordinaria di professionalità. E’ proprio l’interrelazione profonda di archeologia e saperi orali, di letteratura scritta e notizie d’archivio, di profili storico-artistici e giacimenti etno-musicologici, di letture antropologiche della tradizione e del popolo (che brutta la censura al termine ‘demo’ per i beni ora ‘etnoantropologici’ nel nuovo Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio), di spazi ambientali, coste e centri storici, infine di necessità di conservazione e restauro che rende necessario un lavoro collettivo ad alta professionalità e una contaminazione di esperienze lavorative profonda, l’unica in grado di provare a capire e tutelare (la tutela parte dalla conoscenza) davvero il territorio.



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