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Quei Giustiniani, fratelli da collezione
Fabio Isman
Il Messaggero, 15/3/2005

Di Caravaggio, ne allineavano 15. In tutto, 800 dipinti e oltre 1.800 sculture, di cui 240 "moderne". Se non la più ingente (ad esempio, i Colonna detenevano un maggior numero di quadri, come vediamo a parte), era la più importante e significativa collezione a Roma, tra il primo '600, quando nasce, e l'inizio dell'800, quando - ahinoi - si disperde. Tra i primi acquirenti, è Lucien Bonaparte, poi Federico Guglielmo III di Prussia rileva in blocco 155 dipinti, oggi massimamente in Germania; ma per vedere gli altri, dovremmo viaggiare negli Usa, in Russia, Gran Bretagna, oltre che a Torino, Urbino e altre cento città. E pensare che, finché è esistita, la raccolta era meta appetita d'ogni viaggiatore del Grand Tour. Le statue invece, massima raccolta privata greco-romana al mondo, le prende in gran parte un Torlonia, esigendo, implacabile, il pagamento di 42.942 scudi che i proprietari non potevano restituire; per tenerle, ormai da 30 anni, chiuse in cantina: dacché divengono 93 lussuosi miniappartamenti le 77 sale del museo alla Lungara. Ascesa e caduta dei Giustiniani, il cui principale palazzo è oggi quello del Presidente del Senato: Silvia Danesi Squarzina ne ricostruisce, per la prima volta, la parabola. Nove anni di lavoro (La collezione Giustiniani, Einaudi, 1.642 pagine
in tre tomi, 340 foto, 130 euro) non solo restituiscono gli inventari e molti documenti inediti, ma svelano parecchi segreti di coloro cui, tutto sommato, dobbiamo perfino il primo vero catalogo illustrato d'una raccolta privata: nel 1637 i due tomi della Galleria Giustiniana (annota Giulia Fusconi: «Tra i più costosi dell'epoca»), le cui matrici in rame delle 322 incisioni sono state casualmente ritrovate a Genova, dopo ben tre secoli e mezzo, esattamente nel 1985.
A creare tanta fortuna, i fratelli Benedetto e Vincenzo: un cardinale due volte candidato Papa (elargiva l'elemosina a 7.000 poveri, ogni sabato) e un marchese intellettuale ante litteram, giunti dall'isola greca di Scio, per l'incalzare del Turco. A favorirne la dispersione, invece, la fine del fidecommisso e del maggiorasco (i fratelli del primogenito, un altro Vincenzo, reclamano le quote); le pesanti tasse di Napoleone, quando domina a Roma; e la carenza di liquidi, comune a chi possieda tenute agricole. Loro, vicino a Roma, ne avevano quattro (Polline, Torritola, Casal Rotondo, Gregna), che cedono a Lucien, fratello di Napoleone; poi, i palazzi tra Piazza Navona e il Pantheon, a Bassano Romano (che sta criminalmente andando in rovina) e alle Coppelle; una villa al Laterano, con osteria e 13 case; una vigna a Monte Mario; edifici al Pozzo delle Cornacchie, e uno, con orto, a Porta del Popolo: quando lo lasciano, 17 viaggi di carrette traslocano statue e vasi antichi, e altro ancora. Tutto sparito, in una ventina d'anni, prima metà dell'800. E «alcune tele, di cui tre Caravaggio fondamentali come il Ritratto della cortigiana Fillide, Cristo nell'orto degli ulivi, la prima versione del San Matteo con l'angelo della cappella Contarelli a San Luigi dei Francesi, «andate perse, come si disse, nell'incendio della Flakturm a Berlino, il bunker dov'erano stivati», spiega Silvia Danesi, docente alla Sapienza. Scusi, perché «si disse»? «Perché ho ancora la speranza che qualcosa possa ancora saltar fuori: i russi restituirono nel '58 a Postdam dei dipinti portati via come bottino: anche l'Incredulità di San Tommaso di Caravaggio stesso. Di quella perdita tra le fiamme mancano le prove». Lavorando sugli archivi, tante scoperte. La prima versione del Cristo di Santa Maria Sopra Minerva di Michelangelo, rintracciata a Bassano, è stata presentata nel 2001 ; ecco però anche degli Albani, un Ribera; si possono accreditare ai Giustiniani (Vincenzo ne fu tra i primi mecenati) altri due Caravaggio come il Cristo nell'orto e L'incoronazione di spine: «soprattutto, ora sappiamo di più sui due grandi protagonisti». Vincenzo dialoga con gli artisti del tempo, sa di letteratura teatrale, musica, scultura, architettura, pittura; dietro le quinte, si prodiga per il fratello che invece, da Venezia e Bologna, riporta dipinti di antichi maestri «e ci offre le maggiori sorprese». Stirpe genovese, possiede numerosi Cambiaso: quand'era legato a Bologna, una notte piomba a casa di Dionisio Calvaert, maestro di Guido Reni, avvertendolo del pericolo di una rapina e, davanti alla moglie in camicia da notte, lo esorta a non tenere in casa troppi contanti. I due fratelli ben si compenetrano; e fa tanto male, anche se alcuni li abbiamo rivisti nel 2001 a Palazzo Giustiniani, rileggere documenti che parlano dei loro Lotto, Veronese, Carracci, Poussin, Lanfranco, Palma il Vecchio, Domenichino, Baglione, Tintoretto, Ghirlandaio, Reni, Guercino, Pordenone, ormai dispersi ai quattro venti, se non perduti. Silvia Danesi dice: «Vincenzo collezionava gli autoritratti degli artisti, e li teneva tutti insieme»; così, è stato individuato quello di Nicolas Régnier. Mentre di Benedetto e Vincenzo possiamo conoscere i volti, adorni della barba: squadrata quella del cardinale, a punta nel fratello marchese. A casa (acquistato da un antiquario a Parigi), Silvia Danesi ha lo scrittoio da viaggio del Cardinale: spesso, gli dà un'occhiata; e talora, anche se non lo confesserà mai, la accompagna con una carezza.



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