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I lavoratori della conoscenza. La riforma delle professioni che non c'è
Pierluigi Mantini
2 mar 05 www.governareper.it


Nella «società della conoscenza» è essenziale una riforma delle professioni intellettuali. Lauree come giurisprudenza, ingegneria, scienze politiche necessitano, per continuare a garantire sbocchi lavorativi, un continuo aggiornamento professionale, che garantisca una duttilità dei propri saperi. Ma in questi quattro anni alla crescita dei modelli professionali non è corrisposta un’adeguata azione di riforma legislativa. Occorre soprattutto favorire lo sviluppo delle società professionali e la modernizzazione degli ordini.


Nel mondo del lavoro che si trasforma con ritmi straordinari l’organizzazione delle professioni e dei servizi professionali non può più essere retta da regole della prima metà del Novecento. La «professionalità» o il «professionalismo» (titolo del bel libro di Eliot Freidson) costituiscono ormai un vero marchio dell’epoca contemporanea che si sposa con le esigenze di libertà e qualità, alla base dei progetti di successo di molti individui (e in specie dei giovani), e con gli obiettivi di crescita competitiva dell’Europa, tracciati dall’Agenda di Lisbona del 2000. Anche i dati stanno a confermarlo, se solo si pensa che le professioni intellettuali tradizionali e le nuove professioni emergenti costituiscono insieme il 20% del mercato del lavoro in Italia (4 milioni di addetti) e quasi altrettanto in termini di Pil.

Nella «società della conoscenza» è essenziale una riforma delle professioni intellettuali per la modernizzazione e la maggiore equità e competitività dell’Italia nell’economia globale.

I principali fattori di trasformazione delle professioni sono quattro. Il primo è costituito dalla globalizzazione dei saperi e dei mercati che implica la necessità di privilegiare i lavori skill intensive e lo scambio di conoscenze attraverso la Rete, e che determina anche un’accentuata trasformazione delle tecnologie e alle lingue usate e un più ampio accesso alle informazioni e ai loro impieghi nonché una differente organizzazione del lavoro (società e reti interdisciplinari dei saperi).

Il secondo fattore è costituito dai consolidati processi di outsourcing praticati dalle aziende con cui si scorporano servizi rilevanti, prima interni all’organizzazione aziendale ed ora invece affidati a servizi professionali esterni.

Il terzo fattore è costituito dal mutamento dei modelli di consumo delle famiglie: mentre nei decenni passati si spendeva di più per l’acquisto di beni, ora il rapporto è invertito e oltre il 60% della spesa familiare è orientata sui servizi alla persona. Una gran parte di questi viene soddisfatta tramite prestazioni professionali e incrementato lo sviluppo di nuove professioni (assistenza, medicina, fitness, consulenze, corsi di lingua, servizi informatici, turistici, di sicurezza ecc.)

Il quarto fattore di mutamento dell’assetto tradizionale delle professioni è determinato dalla crescente autonomia dei progetti formativi delle Università e dai processi di armonizzazione dei mercati. La proliferazione delle lauree triennali «europee», in particolare, rompe lo schema binario «una laurea, una carriera» consentendo di accedere a più professioni, secondo il principio degli «albi in concorrenza» (in Italia, v. d.p.r. 328/2001).

La crescita e la trasformazione delle professioni, negli anni recenti, si sono svolte con ritmi intensi. Nei quindici paesi dell’Unione Europea pre-allargamento, il tasso di crescita è dello 0,7 % l’anno e le attività professionali hanno occupato nel 2002 nella Ue oltre 10 milioni di persone ovvero il 6,4% della forza lavoro, con una percentuale ben più elevata, pari al 10%, della forza lavoro altamente specializzata.

Già nel 2001 il settore ha registrato un fatturato di circa 980 miliardi di euro e ha creato un valore aggiunto complessivo per circa 500 miliardi di euro nel 2001. Si tratta di un settore in forte sviluppo poiché le attività di servizi professionali hanno fatto registrare il tasso di crescita record del 5% nel primo semestre del 2003. In Italia i professionisti delle professioni intellettuali tradizionali, organizzati in ordini e collegi, sono un milione e settecentomila a cui si aggiungono circa due milioni di nuovi professionisti. Ma anche le professioni cosiddette tradizionali sono in rapida trasformazione lungo i sentieri delle specializzazioni e dell’innovazione. Ci sono numerose indagini e inchieste che confermano queste tendenze.

Con una laurea in giurisprudenza, ingegneria, scienze politiche si potrà ancora trovare lavoro, dicono gli esperti: a patto però di un continuo aggiornamento professionale, d’una duttilità dei propri saperi che li renda utilizzabili in esperienze lavorative diverse. Prendiamo gli avvocati: ci sarà sempre più bisogno di loro perché più la società diventa complessa più aumentano leggi, contratti e controversie. E perché i rapporti tra le persone tendono a essere meno mediate dalle istituzioni e a risolversi sempre più in ambito privato. L’avvocato del futuro non sarà solo quello che assiste un cliente in un processo: fa il giudice negli arbitrati, scrive contratti, presta consulenze. E la versatilità riguarda anche le conoscenze. Per esempio, se un pool di avvocati è chiamato a privatizzare una società pubblica, dovrà sapere non solo di legge, ma di economia, mercato, lavoro. Per non parlare delle conoscenze in diritto internazionale rese sempre più necessarie dai fenomeni di globalizzazione.

Discorso analogo vale per gli ingegneri. L’industria meccanica è in crisi ma l’elettronica, l’informatica e le telecomunicazioni sono in grande espansione e assorbiranno molti laureati in ingegneria. Tra le figure in rapida ascesa, ad esempio, il mobile network designer: progetta per aziende e organizzazioni reti di telecomunicazioni che facilitino la mobilità dei dipendenti e l’uso di internet anche quando non si è in ufficio, utilizzando, per esempio, le nuove tecnologie di telefonia mobile (Gsm e Umts). Sempre più richiesto sarà anche il security manager, un esperto informatico specializzato nella protezione dei computer aziendali dall’attacco di hacker, virus e frodi.

Gli ingegneri non si occuperanno solo di microchip, saranno chiamati anche a risanare le ferite inferte dall’ambiente, o a prevenirle. È il caso dei laureati in ingegneria per la gestione delle acque. Cosa progetterà l’ingegnere delle acque? Sistemi che proteggano le falde dall’inquinamento, che permettano di usare le risorse idriche senza danneggiare il territorio e di affrontare eventuali periodi di siccità. Ma l’aumento delle attività legate al tempo libero e all’intrattenimento farà crescere le opportunità di lavoro anche per chi ha una formazione umanistica o artistica.

Per esempio, sotto la dicitura di «operatore nei beni culturali» si va dai lavori di conservazione e restauro, alla gestione e promozione del patrimonio, alla programmazione di mostre ed eventi diffusi sul territorio.

Per non parlare delle mille specializzazioni nel campo sanitario, del mutato ruolo dei commercialisti nel nuovo diritto societario ecc. Un flusso continuo di trasformazioni che sconvolge l’assetto delle tradizionali professioni liberali sin dalle fondamenta (lauree brevi, lauree specialistiche), costringendo all’obbligo della formazione permanente e all’interdisciplinarietà, e determinando una percezione di sé in bilico tra la tentazione di difesa corporativa dell’esistente e una più dinamica interpretazione del proprio futuro.

Ma l’elenco potrebbe essere ben più ampio. Basti pensare al turismo, altro settore «tradizionale» in cui si disegnano nuove professioni (l’ultimo decennio ha segnato il vero boom dell’economia turistica mondiale). Nuovi lavori come l’heritage promoter, che promuove attività e immagine turistica a livello locale, o l’agente di sviluppo turistico, che crea reti di coordinamento tra situazioni sparse sul territorio. Qui sono richieste conoscenze economiche, sociologiche, ma anche storico-culturali. Mestieri emergenti o vecchie professioni che cambiano volto.

L’Italia del futuro avrà sempre meno ragazzi e sempre più anziani. Ecco perché una professione a lungo penalizzata, l’infermiere, è destinata a una clamorosa rivincita. Naturalmente anche gli addetti all’assistenza domiciliare non saranno più solo semplici infermieri, ma fisioterapisti, specialisti della riabilitazione e operatori geriatrici.

Le forme associative delle nuove professioni

Le trasformazioni più rilevanti sono, in certo senso, quelle che riguardano le cosiddette nuove professioni. Informatici, tecnici pubblicitari, operatori del fitness, professionisti della sicurezza, amministratori di condomini, ma anche mediatori culturali e peacekeeper, fund raiser, operatori del turismo, consulenti tributari: una varietà multiforme di figure e profili, alcuni ancora privi di una sufficiente omogeneità culturale e tecnica, alcuni a cavallo con i campi di azione delle professioni tradizionali (si pensi ai giuristi di impresa). Una moltitudine di soggetti magmatica, organizzata in associazioni in larga misura rappresentate dal Colap (Coordinamento Libere Associazioni Professionali) e dal Consap, sotto il profilo sindacale, e da altre sigle (Assoprofessioni, Piu.) che dialogano con il Comitato Unitario delle Profesioni (Cup) che rappresenta Ordini e Collegi.

Una ricerca, realizzata dal Censis nel maggio 2004, sulla base di un incarico affidatogli dal Colap, ha messo in rilievo caratteristiche strutturali del sistema associativo che ne fanno una porzione rilevante del nostro terziario professionale. È utile soffermarsi sui dati di maggior rilievo.

Il volume di iscritti delle 124 associazioni che hanno aderito alla rilevazione è di circa 255 mila persone, quindi si presume che il totale degli iscritti al restante alone associativo non osservato in questo studio, ma pur tuttavia rilevante, sia assai più esteso (circa 270 mila). Le iscrizioni presentano peraltro un andamento crescente: basti pensare che negli ultimi due anni è stato pari al 12,9%, per un valore di 26.907 unità, concentrato, sul piano dei valori assoluti nel comparto dei servizi all'impresa (+17.193 persone), e in termini percentuali nell'area dei servizi alla persona (+32,4%). In ogni caso si tratta di una crescita che va a interessare i segmenti economici più dinamici e cruciali ai fini della creazione di occupazione, ma anche con riferimento alle direzioni dello sviluppo nel suo insieme.

L'universo degli esercenti le attività degli iscritti alle associazioni, secondo una stima realizzata sulla base di dati forniti dai presidenti intervistati, è pari a 3 milioni 800 mila persone, dato che segnala un potenziale enorme sia sotto il profilo dell'ampliamento associativo, sia per ciò che riguarda il peso oggettivo dei comparti coinvolti.

C'è una rappresentatività territoriale piuttosto significativa, visto che quasi la metà di loro è presente sul piano nazionale e un'altra buona parte (45,2%) oltre alle strutture nazionali, dispone anche di strutture sul piano locale.

Il livello di femminilizzazione delle professioni espresse è piuttosto elevato (pari al 39,2%) e riguarda - come ci si potrebbe aspettare dalla divisione tradizionale del lavoro terziario - non solo il comparto socio-sanitario, ma anche quello dei servizi alle imprese.

I profili professionali espressi dagli iscritti sono indicati almeno nel 65,3% degli Statuti e sono sicuramente superiori al numero delle associazioni contattate, il che denota una ricchezza di saperi evidente e, per di più, organizzata.

Questi saperi, nella maggioranza dei casi, sono collegati a ceppi di conoscenze già consolidati, ma il 28,9% di essi nasce con un apparato teorico proprio e si propone come un bacino innovativo di conoscenza. Certamente, questa situazione di stato nascente è molto accentuata fra le medicine non convenzionali (43,5%), ma è anche comune agli altri settori più tradizionali. L'89,5% delle associazioni possiede un codice deontologico e 1'82,3% di esse ha previsto la creazione di organi interni che possano sanzionare eventuali comportamenti scorretti degli iscritti.

La formazione costituisce ormai un motore di cambiamento e di innovazione molto forte, nonché di qualificazione delle stesse associazioni, tanto è vero che nel 44% dei casi queste ultime possiedono scuole preposte al rilascio dei titoli necessari per l'accesso e, in misura ben più ampia, controllano la congruità della formazione maturata prima dell'ingresso nei loro elenchi. Ben più elevato è il numero di associazioni che controlla ed eroga direttamente corsi di aggiornamento (81,5%), al cui interno vengono offerte non solo materie specialistiche, ma anche relative all'organizzazione del lavoro (13,9%) e dell'internazionalizzazione (12,9%), percentualmente contenute rispetto alle altre, ma estremamente significative rispetto al loro significato strategico.

La riforma che non c’è

All’evoluzione delle associazioni delle nuove professioni si è accompagnato un certo grado di evoluzione degli ordini professionali che hanno spesso innovato nei sistemi di comunicazione, nella formazione permanente degli iscritti, nella gestione dei sistemi previdenziali e nei servizi, spesso dando vita a fondazioni. Ma accanto a questa crescita soggettiva dei modelli professionali non vi è stata un’adeguata azione di riforma legislativa in questi quattro anni. Abbiamo messo a disposizione dell’attuale governo l’utile esperienza maturata nella precedente legislatura: dal disegno di legge del governo Prodi del 3 luglio 1998 fino al disegno Fassino elaborato, al termine della scorsa legislatura, con l’intesa dei mondi professionali. Abbiamo presentato proposte di legge apprezzate, promosso decine di seminari e convegni, svolto un’intensa attività parlamentare. Abbiamo corretto alcune impostazioni del passato: la competenza esclusiva delle regioni, impossibile nell’attuale mercato dei servizi; l’idea dannosa e sbagliata che il centrosinistra sia «contro» gli ordini professionali anziché «per» la crescita e la modernizzazione delle professioni. Abbiamo contribuito a far cooperare gli ordini professionali, coordinati nel Cup, e le libere associazioni (Colap) espressione delle nuove professioni, intensificando il dialogo con il Cnel e i sindacati, convinti come siamo che occorra un vero patto tra i mondi professionali affinché i professionisti, dotandosi con pazienza di una propria rappresentanza democratica, possano contare nelle politiche di concertazione delle grandi scelte economiche del Paese. Ed è venuta meno ogni ragione di «timore» dell’Europa: oggi i punti del dossier Monti (più società, pubblicità, revisione dei minimi tariffari e dei numeri chiusi) sono in larga misura condivisi o oggetto di serena valutazione. Per queste ragioni i ritardi e le divisioni della maggioranza (Castelli e An contro Vietti) sono gravi e ingiustificati. Non si possono abbandonare le professioni italiane al declino, mantenendole in un regime vecchio di un secolo.

La legge-quadro all’esame del Senato stenta a decollare ed è probabile che il maxiemendamento Castelli, oggetto di numerose critiche, non faciliti l’approvazione. Il testo all’esame della Commissione Attività Produttive della Camera, che riguarda le sole professioni non riconosciute, è anch’esso specularmente fermo da due anni. È assai improbabile che la riforma possa essere approvata nella XIV legislatura.

Le proposte dell’Ulivo

L’Ulivo ha elaborato proposte precise e apprezzate attraverso un costruttivo confronto con tutte le ipotesi in campo. Proponiamo in primo luogo, la creazione di un sistema duale che legittimi, accanto agli ordini professionali riformati, anche il mondo delle «nuove professioni» basato su libere associazioni riconosciute tramite requisiti statutari previsti per legge, il ruolo consultivo del Cnel ed il rilascio dell’«attestato di competenza» degli iscritti, secondo il modello previsto da una direttiva europea (92/51/Cee).

Il riconoscimento delle nuove professioni costituirà un incentivo notevole all’autorganizzazione nel mondo del lavoro, con forme di garanzia per i cittadini. Un modello che dischiude potenzialità notevoli soprattutto per i giovani liberando e legittimando spazi per la creatività, l’innovazione e l’occupazione.

Un altro punto per noi decisivo è costituito dallo sviluppo delle società professionali e interprofessionali: società tra professionisti, con limitazione del socio terzo di puro capitale per le attività riconosciute, e società commerciali, per le nuove attività. Si tratta di un progresso enorme e decisivo che consentirà maggiore competitività sul piano internazionale attuando in concreto la riforma Bersani del 1997 che ha eliminato la legge del 1939 fatta per impedire agli ebrei l’esercizio professionale in forma societaria. La crescita delle società professionali è un fattore essenziale di crescita nel campo dei servizi professionali.

Il mercato richiede sempre più «servizi integrati»; i clienti internazionali, che si muovono nello scacchiere globale, hanno bisogno di organizzazioni professionali conosciute e presenti nei diversi paesi. Vi è la necessità non solo di difendere quote di mercato dalla presenza si studi stranieri ma, ex adverso, di conquistare segmenti e quote di mercato internazionali: in Cina, nella nuova Europa dell’est, non solo con l’industria ma anche con le organizzazioni dei servizi professionali.

Naturalmente i mercati dei servizi restano plurali e articolati e non è prevedibile un fenomeno simile a quello dell’egemonia della grande distribuzione nel commercio: i supermarket delle professioni difficilmente potranno sostituire i professionisti «al dettaglio» (ci sarà sempre bisogno del geometra a Gubbio, del veterinario a Velletri, dell’avvocato a Catania o a Pordenone).

Ma occorre far crescere la rete dei saperi, le organizzazioni dei knowledge workers, con varie modalità e in particolare attraverso le società dei professionisti e tra i professionisti (nella sanità e nell’ingegneria, in Italia, già ci sono società di puro capitale).

Un altro punto essenziale della proposta dell’Ulivo è costituito dall’attenzione speciale che occorre dedicare ai giovani laureati, agli outsider, rispetto agli insider. In Italia vi è uno speco di energie professionali nella fascia di età tra i 23 e i 30 anni, con numerose ingiustizie. È difficile descrivere questa situazione solo in termini di «ingiustificate barriere all’accesso»: la contraddizione sta nel fatto che gli ordini professionali italiani (ad esempio, avvocati e architetti) sono i più numerosi in Europa. Ma occorrono modifiche legislative e riforme per contrastare le iniquità diffuse e garantire diverse condizioni di accesso.

Riconoscimento per i giovani praticanti del diritto all’equo compenso e possibilità di svolgere il tirocinio, che non dovrà comunque essere superiore a due anni, nell’ambito della formazione universitaria, presso scuole di specializzazione, presso studi di imprese, in alternativa al praticantato oggi svolto quasi esclusivamente negli studi professionali che genera spesso un ingiustificato sfruttamento dei giovani subito dopo la laurea. Riforma dell’esame di stato, secondo criteri di oggettività, imparzialità e semplificazione, prevedendo la possibilità di valutazioni abilitanti direttamente collegate al tirocinio (con verifiche periodiche ed una valutazione per crediti in modo da sdrammatizzare l’esame di Stato finale, previsto dall’art. 33 Cost.).

Un altro punto essenziale dell’azione di riforma è quello della modernizzazione degli ordini professionali. La necessità dell’armonizzazione europea, della circolazione dei professionisti, oggetto di direttive all’esame del parlamento europeo, spingono a criteri di riconoscimento che tengano conto delle attività soggette a riserva (poche e determinate) e di quelle comunque esercitabili sulla base di forme di concorrenza leale.

A nessuno verrebbe in mente di farsi operare da chi non è medico-chirurgo, o farsi difendere in un giudizio da chi non ha i requisiti di avvocato e certo non è opportuno affidare la costruzione di un ponte a chi non è ingegnere.

Ma esistono molte attività professionali, in specie nel campo della consulenza, che non sono soggette ad esclusiva, non sono attività «riservate», e possono essere svolte da più soggetti professionali, purché risultino chiari al pubblico, anche nella denominazione della categoria professionale, i requisiti soggettivi e le competenze professionali di chi le svolge. Problemi di questo tipo si sono posti, in Italia, per i tributaristi (diversi dai commercialisti) e per i giuristi d’impresa (diversi dagli avvocati).

Nel mondo contemporaneo dei saperi e dei lavori, in rapida trasformazione, non è pensabile incasellare le attività di ciascun gruppo o categoria professionale in un reticolo di competenze esclusive, secondo l’antico brocardo unicuique suum. Lo schema è un altro: poche competenze riservate in via esclusiva a chi ha determinati requisiti e le altre in regime di leale concorrenza.

Sulla base di ciò si comprende che non ha senso sostenere la proliferazione di nuovi ordini: meglio semplificare quelli esistenti, favorendo l’unificazione di quelli simili, come è ora avvenuto con l’istituzione dell’albo unico delle professioni economico-contabili, che ha unificato i commercialisti e i ragionieri, e come potrà avvenire con l’unificazione di periti industriali e geometri, in un’unica grande professione tecnica.

In questa logica vanno inquadrate una serie di innovazioni legislative. Riconoscimento dell’ordine professionale come ente pubblico non economico ma limitatamente a precise funzioni pubblicistiche (tenuta degli albi, deontologia, tutela dei soli interessi generali) senza pericolose sovrapposizioni con il libero associazionismo sindacale e culturale. Promozione della formazione continua obbligatoria con un sistema di crediti ai fini del mantenimento nell’albo professionale. Revisione dei minimi tariffari e più ampio spazio alla libera negoziazione tra cliente/utente e professionista, anche nella gestione dei conflitti sulle parcelle. Eliminazione del numero chiuso per i notai (distinguendo tra funzioni certative e di consulenza) e migliorando l’attuale rapporto numerico tra cittadini e aziende farmaceutiche. Obbligo di copertura assicurativa per tutti i professionisti per meglio garantire i cittadini utenti dai rischi e dagli eventuali danni derivanti da errori o inadempimenti professionali. Aggancio dei profili professionali al nuovo assetto delle lauree (brevi e specialistiche) e riconoscimento del principio della libera scelta dell’iscrizione a più albi professionali nell’ambito di equipollenze dei percorsi formativi (oggi assai differenziati), secondo il sistema previsto dal dpr 328 del 2001, che deve essere annualmente aggiornato.

E nella stessa logica si pone il riconoscimento della pubblicità informativa, senza eccessi di tipo commerciale, come sollecitato dal dossier Monti. C’è un vasto campo di azione nella riforma delle professioni che l’Ulivo ritiene di interpretare in un dialogo intenso e costruttivo con i mondi professionali, per un Italia più Europea, equa e competitiva.



_______________

Per saperne di più: F. De Biase e A. Garbarini, High Tech. High Touch. Professioni culturali emergenti tra nuove tecnologie e relazioni sociali Franco Angeli, Milano; N. Cacace, Scenario delle professioni, Editori Riuniti, Roma 2002. Amplius, sui profili sociologici, si veda E. Freidson, professionalismo. La terza logica, Edizioni Dedalo, 2002; sui materiali della riforma e l’indagine dell’Antitrust, M. S. Giannini e P. Mantini, La riforma delle Professioni in Italia, Maggioli, Rimini, 1998.

http://www.governareper.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&doc=605&sid=18


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