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Beni culturali: intervista a Salvatore Settis
Ada Patrizia Fiorillo
21-3-2013, GEART, II, 4, Bimestrale di cultura, arti visive, spettacolo e nuove tecnologie creative

Al centro della conversazione lo stato di salute del grande malato dItalia, il paesaggio, pone in luce dati preoccupanti per ci che attiene ad unurbanizzazione selvaggia e peggio ancora ad una cementificazione desolante che, quando non addirittura distruttiva, favorisce in ogni caso la crescita di una citt sparpagliata.

Loccasione anche quella di tornare a parlare del concetto di classico, rileggendolo alla luce di una visione storicizzata nella quale c bisogno di tenere presente una rete di relazioni interculturali.


LArticolo 9, ovvero quello che nella nostra Costituzione tutela, tra i pochi Paesi al mondo, il paesaggio ed il patrimonio culturale, rimanda immediato alla nozione, amata ed abusata, di bene culturale, resasi, nella sua individuazione, ancor pi problematica e di difficile attraversamento in tempi di crisi come quelli odierni. Che cosa individua il concetto di bene culturale? esso anche un bene comune? Come si affronta ed a quali priorit dare voce in una Nazione sopraffatta da tagli economici anche nei settori pi vitali ed indispensabili per i cittadini? Il bene culturale una spesa o una risorsa per la nostra Italia? Eravamo partiti da tali interrogativi quando, nella scorsa primavera, come Cattedra di Storia dellArte Contemporanea dellAteneo di Ferrara nellestensione del piccolo nucleo di giovani storici dellarte che vi gravitavano, concorrendo ad animarne la metodologia didattica fondata sul confronto, sulle spinte propulsive, sulla verifica in campo, abbiamo individuato nella figura di Salvatore Settis colui che con pertinenza ed a giusta causa poteva parlarne. I tragici eventi che dal 20 maggio, in pi riprese e per lungo tempo, hanno colpito Ferrara ed i suoi territori circostanti non erano ancora successi. Dopo quella data, lopportunit di affrontare tali problematiche ci apparsa ancora pi attuale e calzante. Lincontro con Settis caduto in ottobre nellambito delle iniziative universitarie organizzate per il Festival di Internazionale. Un incontro fortemente sentito e partecipato che ha generato un ampio dibattito pubblico, ma anche una pi raccolta conversazione privata. Con il professore ci siamo intrattenuti prima e dopo il suo intervento. Ne scaturito un lungo dialogo che qui riporto in sintesi come intervista.
Partendo dallidea di paesaggio, inteso non solo nel ristretto orizzonte di patrimonio naturale, ma nella pi ampia visione di categoria culturale, ovvero fusione di natura, ambiente, storia e arte, quale dinamica forma del mondo che, riconoscibile nei suoi segni e nel suo darsi come spettacolo, ha trovato da storico dellarte contemporanea personali motivi di interesse in pi di unoccasione, ci si spinti alle accidentate prospettive che attengono al sistema dellistruzione universitaria in un crescendo di stimoli che propongo in queste pagine con la speranza che altri se ne generino. Unaltra Italia forse ancora possibile, ma come egli stesso dice indignarsi non basta.

Lei sostiene che il grande malato dItalia il paesaggio, riportando dati estremamente preoccupanti per ci che attiene ad unurbanizzazione selvaggia e peggio una cementificazione desolante che, quando non addirittura distruttiva, favorisce in ogni caso la crescita di una citt sparpagliata, urban sprawl come dicono gli inglesi, ma soprattutto privata di unidentit, e dunque minata nellanima. Cosa vede allorizzonte?

Vedo, ed doloroso dirlo, imporsi nella politica una cultura del saccheggio, che nel paesaggio e nel territorio sa scorgere solo una risorsa passiva, una miniera da sfruttare sviscerandone ogni zolla. Lassenza di questi temi nella campagna elettorale (o, peggio, la colpevole banalit dei riferimenti nelle varie agende di chi si candida) un pessimo segnale. Vedo, dallaltra parte, crescere la consapevolezza di larghe fasce di cittadini, oggi raccolti in non meno di 20.000-30.000 associazioni locali, senza contare quelle a livello nazionale. Nel mio ultimo libro (Azione popolare. Cittadini per il bene comune, Einaudi) ho proposto qualche riflessione sullespressione dei cittadini come esercizio della sovranit popolare, e qualche proposta pratica su come procedere.

Per paradosso, in una societ dominata dal visuale, stiamo perdendo la capacit di guardare. Che si sia di fronte ad un paesaggio, ad una citt, agli oggetti sociali che li compongono. Quali strumenti potrebbero essere utili a rieducarci da questo vedere presente?

Strumento principe deve essere leducazione in tutte le sue forme, dallasilo alla ricerca universitaria pi avanzata. Ma la nostra scuola, con le recenti riforme, si sempre pi indirizzata sulla strada ingannevole di un basso funzionalismo professionalizzante. Questo lerrore di fondo: la scuola deve essere, certo, preparazione alle professioni, ma deve essere prima ancora scuola di cittadinanza. Ci vuol dire anche di coscienza storica e di consapevolezza dei diritti. Il diritto alla cultura (dunque allistruzione, allarte, al paesaggio, alla musica, al teatro, alla lettura) scolpito nella nostra Costituzione assieme ad altri diritti fondamentali (per esempio alla sanit ed al lavoro). Dobbiamo ricordarcene, se non vogliamo essere derubati dei nostri diritti.

Cultura e culturale sono due termini oggi estremamente abusati. Un suo commento.

Per un archeologo quale io sono, cultura una parola neutra. Gli archeologi la usano per designare un orizzonte di pratiche socio-culturali (per esempio, si parla della cultura del bicchiere campaniforme perch in un certo periodo, in certe aree si usava un certo bicchiere che aveva una forma a campana). In questo senso, anche chi combatte la cultura (intesa nellaccezione di cui or ora parlavamo) rappresenta di fatto, una cultura diversa. Non si tratta allora di difendere la cultura, ma di quale cultura vogliamo difendere. C una cultura, oggi dominante, la quale ritiene che gli unici valori siano quelli del mercato. C poi unaltra cultura secondo la quale, prima dei mercati e prima dei prezzi ci sono i diritti umani, la giustizia sociale, luguaglianza, la libert, la democrazia. Possiamo negare che queste siano entrambe culture? Sono per culture diverse. A noi scegliere. Per esempio, in quale senso vogliamo utilizzare gli oggetti della storia dellarte? Basandoci esclusivamente sul mercato e sui prezzi o considerando la storia dellarte come un linguaggio, una forma di comunicazione fra esseri umani che permette di cogliere realt straordinariamente articolate che possono arricchire la nostra personalit? Scegliere fra luna e laltra strada responsabilit non solo del singolo insegnante, ma del contesto sociale e politico che lo circonda e lo condiziona. Secondo me la risposta a questa domanda dovrebbe essere questa: la cultura ha una funzione alta e insostituibile; essa contribuisce a costruire la dignit della persona umana, lorizzonte dei suoi diritti. O ci giochiamo la cultura da questo punto di vista, oppure vuol dire che abbiamo rinunciato a essere degli esseri umani degni di quello che ci hanno trasmesso le generazioni precedenti.

Professore, Lei autore di un magistrale saggio che interpreta il concetto di classico, rileggendolo alla luce di una visione storicizzata nella quale c bisogno di tenere presente una rete di relazioni interculturali. Da tale prospettiva possibile riattualizzare gli studi classici? Cosa sentirebbe di dire ad un giovane?

Abbiamo bisogno non di un classico ingessato e generico, non di una classicit perpetua sempre uguale a se stessa, ma di conoscere lantichit per quello che fu: un insieme di culture ricche, aperte, varie, nelle quali ci sono degli elementi familiari ma anche elementi estranei a noi. Per noi importante proprio la spola fra il familiare e lestraneo: una sorta di ginnastica spirituale, un esercizio che ci pu allenare a capire che in noi c qualcosa di uguale al passato e qualcosa di diverso e proiettato verso le altre culture e verso il futuro. Questa ginnastica spirituale ci pu abituare, come necessario nel mondo di oggi, a confrontarci con le altre culture nel tempo presente. Se riusciremo a vedere larte classica cos, allora, veramente, larte classica, e pi in generale la cultura classica, avr un futuro, ci aiuter a costruire il futuro nostro e delle nuove generazioni.

Nella conferenza che ha tenuto presso lAteneo di Ferrara sul tema della cultura e delle sue risorse in tempo di crisi, non ha esitato a tuonare contro le miopie del sistema universitario italiano attraversato di continuo da raffiche di normative, ultima quella relativa agli indicatori bibliometrici ai fini dellabilitazione scientifica nazionale per professori di prima e di seconda fascia. Ci vuole esprimere un Suo pi esplicito parere in merito?

Come ha scritto un grandissimo esperto di diritto e di valutazione, Sabino Cassese (giudice della Corte Costituzionale), il sistema di valutazione introdotto nellUniversit italiana dalla riforma Gelmini e confermato dal suo successore Profumo burocratico, macchinoso, inefficace. Invito a leggere il suo saggio, intitolato LAnvur ha ucciso la valutazione. Viva la valutazione! (si pu vedere on line: http://www.roars.it/online/lanvur-ha-ucciso-la-valutazione-viva-la-valutazione/). LAnvur la nuova agenzia di valutazione dellUniversit e della ricerca: come chiaro dal titolo, Cassese ritiene necessaria la valutazione, e ritiene pessimi i metodi adottati in Italia. Cito solo qualche frase dalla sua conclusione: Lesperimento in corso caratterizzato da ignoranza degli apporti della cultura pedagogistica e scientometrica su misurazione e valutazione dellapprendimento e della ricerca, nonch da disattenzione per i costi delloperazione avviata, a fronte dei suoi benefici, e per le alternative che erano aperte. LAnvur, burocratizzando misurazione e valutazione, ignora le conseguenze della amministrativizzazione della misurazione e della valutazione: la scelta degli esaminatori, la selezione dei docenti, lo stesso progresso della ricerca saranno ormai decisi non nelle Universit, ma nei Tribunali. LAnvur ha ucciso la valutazione con la sua disattenzione dei limiti della valutazione e del contesto nel quale essa andava ad inserirla. Bisogna anche aggiungere che lAnvur ha ucciso se stessa, consegnando il compito di dire lultima parola sulla valutazione ai giudici amministrativi. Queste parole di Sabino Cassese esprimono, meglio di come abbia saputo fare io a Ferrara, lo sconcerto e la delusione di fronte a questo fallimento



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