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Una Scala senza progetto
Arrigo Quattrocchi
Il Manifesto 10/03/2005


Questa sera il sipario non si alzerà nella celebre sala del Piermarini dove sarebbe dovuto andare in scena «Il dissoluto assolto» di Azio Corghi su libretto di José Saramago. Ma la protesta dei lavoratori del teatro milanese, che hanno deciso lo sciopero per tutte le recite dello spettacolo, evidenzia una crisi che deriva da diversi elementi: la debolezza delle scelte artistiche, il ruolo accentratore della direzione musicale e soprattutto una strategia che ha usato la storica istituzione per favorire interessi di parte

Il calendario generale del Teatro alla Scala di Milano prevede, alla data del 10 marzo, un dittico diretto da Riccardo Muti; in programma la Sancta Susanna di Paul Hindemith e una novità assoluta, Il dissoluto assolto di Azio Corghi, su libretto di José Saramago. Stasera però il sipario non si alzerà nella sala del Piermarini: la produzione è sospesa e rinviata a data da destinarsi. I lavoratori della Scala hanno infatti deciso lo sciopero per tutte le recite dello spettacolo, oltre che per le prime di tutti gli spettacoli della stagione. Una protesta durissima, senza precedenti; come senza precedenti è, d'altronde, anche il fatto che è all'origine della rottura, la revoca, da parte del consiglio di amministrazione, con nove mesi di anticipo sulla scadenza, del mandato al sovrintendente Carlo Fontana, dopo due anni di dissensi con Muti sulla gestione del teatro, nonché la nomina di un nuovo sovrintendente nella persona di Mauro Meli, gradito a Muti, già da un anno a Milano come direttore della Divisione Scala e proveniente dal Teatro Lirico di Cagliari. Di qui la richiesta dei lavoratori: revoca delle decisioni e dimissioni del consiglio d'amministrazione; ma la protesta è rivolta indirettamente allo stesso Muti. Emblematico del clima che si vive in teatro l'episodio di una prova dell'opera di Corghi: in assenza del direttore d'orchestra - non presentatosi - il neo-sovrintendente Meli si reca a parlare con l'orchestra; come reazione i musicisti escono, affermando di non riconoscerlo come sovrintendente del teatro. Sono lontani i trionfalismi del 7 dicembre, quando la Scala aveva reinaugurato la propria sede storica con L'Europa riconosciuta di Salieri, suscitando clamori mondani e gli entusiasmi retorici della stampa. Eppure il disagio, anzi la crisi clamorosa che è oggi sotto gli occhi della stampa internazionale, era già implicita in quella serata, nella stessa proposta, come spettacolo inaugurale, di un'opera dimenticata, scelta solo perché aveva inaugurato la sala del Piermarini nel 1778, dunque per il suo valore simbolico quale che fosse il suo contenuto musicale; insomma la scelta di un titolo autocelebrativo e non di una partitura per i suoi valori. Il marchio «Scala» venne allora anteposto all'idea di un progetto culturale, e questo equivoco di fondo è in realtà uno dei nuclei del problema Scala quale è oggi. Quale modello di teatro lirico vuole incarnare la Scala, nel panorama internazionale? Quello - proprio del Metropolitan di New York - del musichificio efficientissimo ma incostante nella qualità e di scarsa forza innovativa? Oppure - come l'Opéra di Parigi - della ricerca di novità non esente da provocazione e da un sospetto di snobismo? O ancora - come l'Opera di Vienna o il Covent Garden di Londra - di un equilibrio fra tendenze differenti? La crisi del modello Scala nasce in gran parte dalla mancanza di un progetto preciso, quale che sia, di direzione artistica, da troppi spettacoli allineati casualmente, con titoli scontati e allestimenti convenzionali. È il risultato del convergere di diversi fattori: il peso dei soci privati, il pilatismo della politica, l'aziendalismo della sovrintendenza e anche il ruolo accentratore della direzione musicale, che ha nuociuto alla concezione globale dello spettacolo. La presenza, nel consiglio di amministrazione del teatro milanese, degli esponenti della maggiore imprenditoria italiana - Confalonieri, Tronchetti Provera - sembra abbia giovato, nelle ultime stagioni, non alla ricerca di contenuti, ma soprattutto a strategie che hanno usato il teatro per favorire interessi di parte; il caso degli Arcimboldi, teatro costruito per ospitare gli spettacoli durante il restauro della Scala, nell'area Bicocca di proprietà Pirelli, è emblematico. I privati, alla Scala, hanno contribuito nel 2003 coprendo appena il 17 per cento del bilancio (contro il 49,5 per cento di fondi pubblici e il 33,5 per cento di proventi propri), ma il loro peso decisionale nel consiglio è preponderante. All'esplosione della crisi la politica non ha dato finora risposte, è entrata anzi a sua volta in crisi, con le dimissioni dell'assessore alla cultura Salvatore Carrubba (sostituito tre giorni fa con il filosofo Stefano Zecchi) e con l'incapacità del consiglio comunale di esprimere una posizione. Tace finora il sindaco sulle sorti del teatro. Quanto a Riccardo Muti, dopo un lungo silenzio, ha pubblicato sul Corriere della Sera dell'8 marzo una lunga lettera in cui rivendica il lungo lavoro compiuto per la qualità dei complessi del teatro e afferma di essere stato sempre «dalla parte del Teatro, quindi dei Lavoratori, che quel Teatro fanno vivere con il loro lavoro e la loro passione». Difficile che queste parole bastino a placare i lavoratori, poiché Muti non si schiera nel conflitto fra lavoratori e consiglio d'amministrazione, e addebita alla sola sovrintendenza la responsabilità di un declino artistico e di immagine al quale non sono estranee le sue stesse scelte in fatto di titoli e di allestimenti. Ma, al di là dello scontro contingente, e dei singoli individui, sono gli scenari futuri che preoccupano. Per uscire dalla crisi serve alla Scala una sovrintendenza non condizionata da interessi aziendali, una direzione artistica forte e autonoma, una direzione musicale aperta alla contemporaneità sotto il profilo di titoli ed allestimenti; insomma un rinnovamento per il quale non sembrano al momento sussistere le condizioni politiche.



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