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Quei musei sottratti alla speculazione
Elisabetta Rasy
Corriere della Sera 10/3/2005

«Trastevere conserva ancora qualcosa del suo carattere fiero e violento. Monti lo ha perso nella breve esplosione di "progresso" e "sviluppo". Nel selvaggio furore di speculazione che si concentrò nel 1889, i suoi desolati spazi aperti, le sue ville antiche e le sue bizzarre vecchie case furono la preda naturale di una folle cupidigia quale non si era mai vista prima. Il progresso ha distrutto il fascino... ». A scrivere queste indignate parole non è un vecchio romano nostalgico, né un urbanista conservatore, ma un giovane americano, Francis Marion Crawford. E’ la fine del diciannovesimo secolo: Crawford, che al seguito del padre scultore aveva trascorso l'infanzia in una Roma incantata e fuori dal tempo che ora vedeva scomparire giorno dopo giorno, era, come sua sorella Mary, una figura di spicco di quella colta comunità di anglo-americani stregati dalla città eterna che, principalmente nei dintorni di piazza di Spagna ma non solo, avevano creato il proprio centro di gravità e una geografia d'arte: poeti, studiosi delle antichità, autori di romanzi storici, pittori, scultori.
I Crawford, come altri benestanti provenienti dall'altra parte dell' Oceano Atlantico e d'oltre Manica, facevano parte della seconda generazione dei romani d'elezione: il padre Thomas, in una antica dimora romana, Villa Negroni, di fronte al vasto campo che di lì a poco sarebbe diventato la Stazione Termini, a metà dell'Ottocento aveva modellato una grande statua della Libertà destinata al Campidoglio di Washington. D'accordo con i loro amici - Maud Howe Elliott, figlia di una poetessa progressista, l'archeologo Richard Norton, lo scultore e figlio di scultore Waldo Story - non vedevano di buon occhio le grandi manovre che stavano trasformando Roma dalla vecchia città di rovine e di cinese nella moderna capitale della nuova nazione italiana.
«Squallore, miseria, rovina e stucco di scarsa qualità, con una spruzzata di umanità semidisperata»: così Francis Crawford caratterizzò gli effetti, a suo avviso nefasti, dello sviluppo cittadino in un saggio dedicato a Roma alla fine del secolo. Ma la nostalgia del paradiso perduto non spingeva gli espatriati soltanto alla deplorazione. Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento la comunità anglo-americana di Roma si organizzò: in breve tempo vennero creati luoghi di studio, di memoria e di incontri per eternare il valore culturale della città.
Si intitola «Spellbound by Rome», incantati da Roma, un singolare itinerario di quattro mostre dedicate a questa attiva comunità e allestite in altrettanti luoghi significativi del suo passaggio: l'Accademia Americana al Gianicolo, la chiesa di San Paolo a via Nazionale, il Museo Andersen a via Mancini e la Keats-Shelley Memorial House a Piazza di Spagna.
Nel bel catalogo (edito da Palombi Editori) che accompagna le esposizioni, le vicende dei luoghi si intrecciano romanzescamente alla vita di personaggi di cui quasi nessuno oggi a Roma ricorda i nomi e che invece furono degli appassionati militanti ante litteram -mentre la prima grande speculazione edilizia infuriava - della salvaguardia del territorio, delle sue bellezze naturali e dei suoi monumenti. Come il gruppo di scrittori residenti a Roma - un inglese e otto americani - che nel 1903 decisero di lanciare una sottoscrizione tra i loro compatrioti per acquistare lo stabile dove il grande poeta inglese John Keats aveva passato gli ultimi mesi della sua vita e dove, nel febbraio del 1821, solitario e sconosciuto, era morto di tubercolosi a soli ventisei anni.
I nove volenterosi si erano allarmati riguardo alle sorti della piccola palazzina rosa al numero 26 di piazza di Spagna per aver sentito voci che annunciavano la trasformazione di tutti i vecchi edifici a destra della scalinata in un nuovo grande albergo. L'iniziativa la prese il poeta e giornalista americano Robert Underwood Johnson dopo essere andato a trovare le inquiline della casa - due americane, madre e figlia, entrambe scrittrici - ed essersi accorto del degrado in cui la proprietaria - un'altra espatriata, l'arcigna Mrs. Chadwick - lasciava deperire le stanze che avevano ospitato Keats. Johnson, che apparteneva a una famiglia di quaccheri liberali e aveva un debole per le buone cause - tanto che nel 1917 costituì un comitato di poeti per procurare ambulanze all' esercito italiano - cominciò una audace raccolta di fondi tra i suoi compatrioti e in Inghilterra, coinvolgendo diplomatici, banchieri, finanzieri, grandi dame e anche uno scrittore come Mark Twain, che partecipò a uno spettacolo per racimolare fondi al Waldorf Hotel di New York.
Fu invece un altro scrittore, l'inglese Rudyard Kipling, ad assistere in qualità di ospite d'onore, nel 1909 all'inaugurazione della Casa ormai destinata a consacrare la poesia e i suoi appassionati, e pertanto dedicata, insieme a Keats, a un altro poeta che aveva eletto l'Italia a luogo d'ispirazione e, trentenne, vi era morto: Percy B. Shelley. Talento nel trovare denaro e amore per l'arte s'intrecciarono anche nella costruzione, tra il 1872 e il 1876, della chiesa americana di San Paolo di culto protestante, resa possibile dai liberali orientamenti in materia religiosa del nuovo governo italiano: progettata in stile neogotico dall'architetto inglese George E. Street fu decorata da un imponente gruppo di artisti tra cui il preraffaellita Burne-Jones, che ideò i mosaici absidali, e William Morris, che disegnò le maioliche.
Fu invece un sogno di rinata classicità universale a ispirare il pittore e scultore Hendrik Christian Andersen e la sua piccola comunità familiare nella costruzione del villino liberty al Flaminio, che l'artista popolò delle sue immagini neorinascimentali. Oggi è diventato il museo che porta il suo nome, e nel quadro di «Spellbound by Rome» espone una serie di bellissimi disegni e interessanti quadri dell'artista danese-americano e della sua cerchia.
Andersen, che era arrivato a Roma nel 1896 stabilendosi in uno studio a via Margutta, nel 1899 conobbe Henry James durante uno dei suoi soggiorni nella città che tanto amava. Il maturo scrittore provò un intenso interesse per il ventisettenne e avvenente scultore, che si concretizzò in seguito in pochi incontri e in un denso carteggio epistolare. Fu innamoramento, come qualcuno sostiene? Certo è che Andersen e i suoi amici erano l'ultima incarnazione di quegli americani e di quegli inglesi sedotti da Roma, e dunque in bilico tra vecchio e nuovo mondo, che James da tempo aveva ritratto nei suoi romanzi, emblema di un conflitto tra il senso del passato e i cambiamenti del progresso destinato a segnare la storia stessa della modernità.



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