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La Palermo derubata
Tano Gullo
la Repubblica - ed. Palermo




II ruolo della mafia l'ottimismo degli investigatori e l'installazione che fece "riapparire" il celebre dipinto. Il libro"Il muro di vetro" fa rivivere il furto della “Natività” del Caravaggio e il dolore della città monca di un capolavoro

La prima scintilla gli è scattata leggendo una notiziola a fondo pagina su un giornale: un appartamento confiscato al boss Leoluca Bagarella era stato assegnato in affitto, dopo una regolare asta, a un sottufficiale dei carabinieri. L'unico vincolo imposto
Al locatario era quello di custodire una cristalleria in radica dove era conservato un prezioso servizio di piatti, che il boss braccato aveva lasciato lì. La seconda scintilla gliela l'aveva appiccata il generale Roberto Conforti, il segugio che annusa le tracce dei trafugatori di opere d'arte, quando nel 2003 tra le pieghe di un convegno a Palermo si era detto certo che c'erano buone probabilità di recuperare la celebre "Natività con i santi Lorenzo e Francesco e l'angelo sospeso", di Michelangelo Merisi da Caravaggio rubata dall'altare maggiore dell'oratorio di San Lorenzo nella notte tra il 18 e il 19 ottobre del 1969.
Le due scintille hanno acceso la trama. Un antropologo veneziano, Giacomo Garzòn, viene a studiare i mercati di Palermo per verificare centocinquanta e più anni dopo cosa resta del mondo descritto dall'etnologo Giuseppe Pitrè e affitta, con regolare asta come da realtà, una casa confiscata che era appartenuta a un boss. Nell'appendere un quadro scopre un'intercapedine vuota in un muro. Affiora una quantità enorme di refurtiva: oggetti di valore e tappeti arrotolati, coperti con fogli di giornali anneriti dal tempo. Uno di essi inquieta lo studioso. Le misure (è lungo circa 2,70 metri e lo spessore dell'arrotolamento potrebbe corrispondere alle dimensioni della "Natività", 2,68 per 1,97) gli fanno sospettare che possa trattarsi del celebre dipinto inghiottito dal nulla. Entra nel tunnel del terrore. Si sente braccato. Ha paura di rivolgersi alla polizia.
Una serie di bigliettini con frasi d'autore che aleggiano minacciose (una di San Bernadino da Siena per tutte: "Dio ti ha dato due orecchie e una lingua perché tu oda più che non parli") lo fanno precipitare in un gorgo di angoscia. Parte per Venezia per sfuggire alla cappa che si sente sulla testa, deciso che al ritorno avrebbe lasciato l'appartamento maledetto. Ma mentre è assente la mafia decide di recuperare la refurtiva, prima che ci arrivi la polizia. Ma vengono intercettati dalle micro spie degli investigatori e dopo una serie di colpi di scena e un conflitto a fuoco i banditi vengono catturati e la tela restituita alla città. Un sogno.
Ecco servito il nuovo libro di Giuseppe Quatriglio, "Il muro di vetro", fresco di stampa (edizioni Flaccovio 70 pagine 8 euro). Una ferita di Palermo che si riapre a ogni pagina del volume.
Nel libro a lieto fine c'è però un grumo di amarezza: lo studioso Veneto viene indagato per complicità con le cosche. «Gli investigatori — dice Quatriglio — a causa della frequentazione con l'avvocato del boss del quartiere sospettano che Garzòn sia partito per il Nord per dare la possibilità ai mafiosi di recuperare indisturbati la tela miliardaria. Alla fine però viene scagionato. Peccato che il lieto fine sul recupero del Caravaggio sia solo frutto della mia fantasia».
In una Palermo mai nominata la vita scorre frenetica. I mercatini continuano a macinare vitalità, e anche questo in parte è frutto di fantasia, e le antiche leggende continuano a perpetuarsi. «Ma quale fantasia — replica l'autore —i mercati secolari restano il pezzo di passato meglio conservato del capoluogo. Ancora oggi, come ai tempi del Pitrè, sopravvivono riti, gesti, "abbanniate", che fanno vibrare il mio professore veneziano».
La mimica resta comunque sempre la stessa. Jacques Tati raccontava sempre che solo a Palermo nella sua vita ha vissuto lo smacco del fiasco. Il celebre mimo non si dava pace e continuava ad arrovellarsi sul perché la gente, che ovunque si sbellicava, al Biondo quella sera fosse rimasta impassibile. L'indomani andò alla Vucciria e in quella babele di voci e gesti, ebbe la folgorazione: «E ti credo che in teatro non hanno riso — commentò con gli accompagnatori — Qui sono tutti più bravi di me. Mi sento un dilettante davanti a tutti questi mimi straordinari». Il dolore di Tati non c'è nel libro, ma ci sono tante altre storie della Vucciria, a cominciare dal coccodrillo impagliato appeso al tetto di un negozio di spezie, che leggenda metropolitana vuole sia partito dal Nilo e attraverso misteriosi canali sia arrivato fino al Papireto dove venne "pescato". «Nella finzione racconto che il coccodrillo schizzò fuori dal Papireto durante il terribile terremoto del primo settembre del 1726, descritto con maestria da Antonino Mongitore. Nella realtà nessuno ha mai saputo come il rettile sia arrivato al tetto della drogheria».
Ma dopo la "Natività", ormai sparita, quali sono rimasti i quadri simboli di Palermo? Quatriglio non ha dubbi: «Per l'arte moderna, la "Vucciria" di Guttuso, cuore e viscere della nostra città. Solo un grande artista come il bagherese poteva avere il coraggio di mettere nella tela oggetti che altri avrebbero reso grotteschi. Per l'antichità la "Madonna del Rosario con San Domenico e le patrone di Palermo" che Van Dyck dipinse nel 1624. Si trova esposta nell'Oratorio di San Domenico. Il Seicento è stato un secolo straordinario per Palermo. Un sacco di artisti venivano chiamati da ricchi committenti. La città poteva permettersi il lusso di accaparrarsi i Serpotta, una dinastia di scultori geniali. E gli oratori si arricchivano delle loro creazioni. Anche quello di San Lorenzo dove c'era il Caravaggio è pieno dei loro stucchi».
Caravaggio, genio e sregolatezza, archetipo di ogni pittore maledetto. A Roma uccide un uomo per contrasti durante una partita di pallacorda, cerca rifugio a Malta. Poi arriva a Palermo nel 1609 fuggiasco da La Valletta dove è evaso dal carcere. Dipinge la “Natività”, ultima sua opera, per la compagnia di San Francesco e, dopo avere ottenuto il perdono del papa, si imbarca per Roma. Ma viene stroncato dalla malaria sul lido sabbioso di Porto d'Ercole. È il luglio 1610 e lui ha meno di 40 anni. Dalla sparizione del 1969 sul quadro definito da Maurizio Calvesi «una delle più alte espressioni dell'arte di ogni tempo e forse la più sconvolgente e appassionante», se ne sono dette tante. Marino Marineria, pentito di mafia, si è accusato di essere uno degli autori del furto, aggiungendo che la tela è andata distrutta durante il furto. Altri hanno affermato che la "Natività" è stata ostentata dai boss come segno di potenza nei loro summit segreti. Un giornalista americano racconta in un libro di essere stato sul punto di "trattarla" con ricettatori napoletani, ma che un non meglio precisato terremoto ha fatto saltare l'appuntamento. Senza contare i tentativi di impiantare ricatti alla Regione.
«La verità — continua Quatriglio — è che il capolavoro sembra essere stato inghiottito dal nulla. Sopravvive forte, però, la speranza di riaverlo. Quando nel gennaio scorso hanno proiettato con il laser nella cornice vuota dell'altare dell'oratorio di San Lorenzo l'immagine della "Natività", illudendoci per un attimo che era ritornata al suo posto, ho sofferto. Il trucco mi ha fatto più male ancora. Ma il sogno di ritrovarla resta.



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