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Politica e società civile: il matrimonio si può fare
Salvatore Carrubba
Corriere della Sera, 8/3/2005

Questa è la cronaca di un'avventura che potrebbe capitare a molti lettori di questo giornale: quella di essere chiamato, all'improvviso e a sorpresa, a fare l'assessore di una città italiana; e di doversi misurare, nei sette e più anni successivi, con un mondo fino ad allora sconosciuto quale quello dell'amministrazione pubblica. Per di più, la città in questione è una metropoli, Milano; e la competenza assegnata, la cultura, è stata quella apparentemente più ostica per una persona di convinzioni liberali, che dell'intervento pubblico diffida sempre ma ancor di più in quel campo, dove esso rischia di trasformarsi in arma potente di costruzione del consenso.
A maggior ragione, perciò, valeva la pena provarci: anche perché, altrimenti, che credibilità avrebbero avuto anche i nostri articoli, tanto frequenti in quei confusi anni post-tangentopoli, che invocavano una nuova classe dirigente e un robusto inserimento di cultura manageriale nella vita pubblica? Rammento ancora, a proposito dei miei dubbi ideologici, quanto mi disse una sera a Roma, forse l'ultima volta che ci incontrammo, il nostro amico Franco Romani (i lettori del Sole-24 Ore lo ricorderanno come uno spirito fra i più liberi, liberali e libertari).
Alla mia timida osservazione di quanto fosse difficile fare il liberista in questa materia dove i contributi pubblici rimangono essenziali, mi replicò, lui liberale e liberista, che non solo era difficile ma addirittura impossibile, perché lo Stato e i soggetti pubblici non possono abdicare alla tutela di un'identità e di un patrimonio rappresentati dal capitale culturale di una comunità, grande o piccola che sia.
Avevo l'imprimatur, insomma: un liberale può fare l'assessore alla cultura. Ma il giornalista economico come avrebbe dovuto farlo? Non c'era, infatti, solo lo scrupolo a trovare una chiave liberale, e dunque innovativa, in un Paese che — insomma, riconosciamolo — troppo liberale non è e non è diventato, pur nel passare degli anni, nel crollo delle ideologie totalitarie e nel volgere delle Repubbliche, delle maggioranze e dei governi; era determinante anche il segno di un'esperienza professionale maturata nell'appartenenza e nella direzione di giornali economici importanti — da ultimo, questo — che si distinguevano nelle battaglie per modernizzare l'amministrazione, per rafforzare i mercati, per contenere l'espansione della spesa pubblica. E nel fondo, aggiungo, non mancava l'ambizione di dimostrare che anche in Italia si può gestire dignitosamente la cultura senza dover necessariamente appartenere alla sinistra militante.
I privati. Senza farmi una lezione, proprio Franco Romani mi aveva riportato al centro di una delle riflessioni più importanti sull'inconsistenza di molte ragioni teoriche a favore dell'ampliamento dell'intervento pubblico, quale la teoria del cosiddetto "fallimento del mercato": scoprii ben presto che, qui, il mercato falliva davvero, anzi era impossibile da instaurare. Il noto paradosso per cui il contribuente paga per ogni spettatore che si accomoda a sentire un'opera lirica non premia solo gli appassionati di Verdi: se i ricavi dovessero coprire i costi, chiuderemmo in un giorno teatri, sale da concerto, musei, biblioteche e mostre. In Italia come nel resto del mondo.
Il punto, naturalmente, non è rassegnarsi e limitarsi a invocare una sempre più doviziosa dote di finanziamento pubblico, resa nel frattempo sempre più ardua per le ben note condizioni della finanza pubblica (di nuovo: in Italia come nel resto del mondo); ma ingegnarsi a trovare formule per aumentare le fonti di finanziamento; e per introdurre, anche nell'ambito di un settore fortemente dipendente, anzi condizionato, dall'intervento pubblico, formule gestionali tali da correggere l'atavica convinzione che, alla fine, qualcuno i conti li sistemerà.
Sul primo punto, da tempo ci prova anche lo Stato: fin dalla rivoluzionaria (per i tempi) legge Ronchey, la tendenza è quella di ampliare i margini per attività e finanziamenti aggiuntivi, anche da parte dei privati, dei servizi culturali. Sempre lo Stato, poi, ha inventato nuove forme di finanziamento, prima con il Lotto e poi con la recente società Arcus (cercando di rimediare così alla concomitante diminuzione, in termini reali, di formule consolidate quali il Fondo unico per lo spettacolo). E ha favorito nuove formule gestionali e nuove opportunità, come le fondazioni, che rendono possibile l'apporto finanziario dei privati, come è avvenuto nei teatri lirici secondo una linea che va difesa, pur con tutti i possibili miglioramenti.
Invece, non si ostina a fare, lo Stato, quello che tutti invocano: favorire un regime fiscale effettivamente premiante per motivare i privati a contribuire alla cultura. I passi effettuati sono stati timidi e si sono rivelati macchinosi; cosicché gran parte della cosiddetta società civile ha tutti gli alibi per chiedere cultura senza volerla pagare; e si mortifica la libertà della cultura costringendola a vagolare nei corridoi dei ministeri e degli assessorati per strappare contributi pubblici. Quando, e sarà sempre troppo tardi, si arriverà a un'effettiva defiscalizzazione dei contributi (anche quelli dei singoli) alle attività culturali, l'Italia sarà un Paese un po' più libero; la società civile un po' più responsabile; il bilancio pubblico non necessariamente un po' più povero (perché potrà pensare di cominciare a ridurre i propri finanziamenti diretti, così come avviene negli Usa).
Su questi fronti, un Comune può fare poco, se non cercando formule innovative di intervento dei privati: a Milano, per esempio, lo si è fatto nel campo delle mostre, trasformando i privati da "sponsor" o "piazzisti" delle proprie produzioni ad autentici partner economici e imprenditoriali di esposizioni che abbiano un senso scientifico e rispondano a un progetto complessivo quale quello che, affidato a uno studioso autorevole e indipendente come Flavio Caroli, Palazzo Reale ha cercato di darsi in questi anni. È così stata resa possibile un'attività, ricchissima per numero e qualità degli appuntamenti, che ha riportato Milano al centro delle attività espositive del Paese, come dimostrano le due mostre appena inaugurate, così diverse ma così ugualmente importanti, sul Cerano e sugli anni 50. Ma, di nuovo: se veramente crediamo — come anche «II Sole-24 Ore» non cessa di credere — che le mostre siano fatte non solo per deportare quadri da una città all'altra e per attrarre sempre e comunque centinaia di migliaia di visitatori, ma anche per obiettivi di ricerca e di studio; se, insomma, accanto alle mostre blockbusters, ai famigerati "eventi", vogliamo garantire spazio a quelle di studio e di ricerca, senza le quali appassirebbero gli studi ma con le quali non si rimpinguano le casse, occorre prendere atto che anche in questo, apparentemente lucroso, settore non sempre il mercato c'è; e, dunque, rassegnarsi all'idea che il pubblico non può abdicare a una presenza e a una partecipazione economica significativa.
Patto con i teatri. Anche in un campo apparentemente più ostico, quale quello del teatro, si è innovato con successo: innanzitutto, il Comune ha decisamente rinunciato a esercitare le funzioni di impresario, organizzando spettacoli decisi dall'assessore o dai suoi uffici: e garantendo il pluralismo e la libertà dei tanti soggetti che a Milano producono teatro, di grande qualità.
Lo sforzo è stato quello di costruire un patto, un contratto (tecnicamente: una convenzione) tra Comune e teatri, basato sullo scambio tra garanzie comunali al finanziamento, alla trasparenza e all'automaticità (per evitare, di nuovo, imbarazzanti trattative private) e sforzi dei teatri ad acquistare un orientamento manageriale nella gestione delle proprie attività. Così, oggi, il finanziamento comunale è, in parte, legato al raggiungimento di determinati parametri economico-gestionali che motivano i teatri a ragionare sul fatto che anche le proprie attività devono rispondere a criteri di buona gestione economica e finanziaria; che anche le loro attività, non si offendano, sono attività d'impresa. Particolarmente efficace si è rivelata questa reciproca apertura (faticosa per i teatri, ma compresa e alla fine condivisa) per rimediare all'annosa situazione di degrado in cui versavano diverse sedi teatrali comunali e di difficoltà logistiche di molti teatri privati: tutti risolti, grazie al determinante intervento pubblico (in certi casi, anche dello Stato) affiancato però dall'assunzione di responsabilità finanziarie e gestionali dirette da parte dei teatri stessi.
Globalizzazione. C'è un altro tema, abbastanza familiare ai lettori del Sole-24 Ore, che ha determinato molte scelte del Comune di Milano negli ultimi anni: è quello, sempre più strategico, della competitivita e dell'attrattività di una grande città. La globalizzazione non garantisce più posizioni di rendita: come le aziende europee sentono sul collo il fiato della Cina e dell'India, le città sono in concorrenza tra di loro per attrarre risorse, si tratti di cittadini-contribuenti o di flussi turistici o di investimenti o di insediamenti.
Perché Milano e non Monza, Torino, Lione, Francoforte o Birmingham? La scelta su dove abitare, su dove divertirsi, su dove investire, su dove collocare i propri headquarters non è più automatica, ma dipende da tanti fattori, contemplati dalle ricerche periodicamente presentate sul Sole-24 Ore. Tra questi fattori, la vitalità del sistema culturale si rivela sempre più importante; investire sulla cultura, perciò, significa investire sul proprio futuro. Ma investire sul serio sulla cultura non significa una spruzzata di balli in piazza o la presenza di giocolieri nei parchi. Significa, innanzitutto, una rete efficiente di sedi prestigiose di studio e di ricerca: Milano, da questo punto di vista, sarà tra le città meglio piazzate in Europa, quando sarà riuscita a trasformare, realizzando le infrastrutture necessarie, la rete di eccellenti università in una grande opportunità di attrazione per studenti e studiosi di tutto il mondo.
Poi ci sono le grandi istituzioni culturali, dai grandi teatri come la Scala e il Piccolo ai grandi musei che non possono sfuggire alla dura competizione Con le analoghe istituzioni italiane e internazionali: il colossale investimento sul sistema Scala (che poggia sulla sala storica del Piermarini, sul nuovo teatro degli Arcimboldi e sui laboratori dell'Ansaldo) è servito appunto a garantire al maggiore teatro lirico italiano condizioni di operatività pari a quelle, nel frattempo conquistate, di tanti altri teatri stranieri, e ora si deve riverberare in una sempre maggiore capacità del teatro e della città di attrarre finanziatori e accogliere spettatori; i colossali investimenti (questi forse meno noti: siamo intorno ai 140 milioni di euro) in corso sul sistema dei musei cittadini servono a farne centri di eccellenza paragonabile ai grandi confratelli stranieri: colmando lacune imperdonabili (come l'assenza di un museo d'arte moderna, finalmente progettato da Italo Rota all'Arengario; o quello d'arte contemporanea, anch'esso bloccato in pastoie burocratiche); rispettando peculiari tradizioni della città (come la forza della cultura scientifica); governando le prospettive del cambiamento (rappresentato in particolare dalla presenza di tante nuove culture che ha spinto al progetto di David Chipperfield per il Centro delle culture extraeuropee all'Ansaldo); assicurando ai servizi standard di qualità ormai tradizionali per qualunque turista della domenica.
Ma, allora, com'è andata l'avventura? L'incursione dell'indipendente nella politica può risultare utile o si rivela velleitaria? La mia risposta — nonostante la conclusione traumatica su un fatto specifico, a pochi mesi dalla scadenza del mandato — è: si può tentare. A due condizioni. La prima: che politica e società smettano di guardarsi in cagnesco e comprendano che l'una ha bisogno dell'altra. Da sola, la politica si rattrappisce; predicando l'antipolitica la società si vota davvero al declino. La seconda: di prendere atto che le battaglie del Sole-24 Ore sull'esigenza di semplificare, deregolare, modernizzare la burocrazia sono tutt' altro che vinte; dopo una ventata di ottimismo a metà degli anni 90, incalza il riflusso. E chi lo teme di più, paradossalmente ma non troppo, sono i funzionali e i dirigenti migliori (che sono tanti e di ottima qualità) che vedono frustrato ogni tentativo di lavorare in modo più proficuo, con l'obiettivo di servire il cittadino e non di adempiere scrupolosamente a una procedura formalistica. È nella giungla misteriosa e intricata delle procedure che si gioca il destino di qualunque avventura, anche della più ambiziosa.



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