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Alla scoperta dei tesori del vecchio Iraq
L’Avanti, 7 marzo 2005

ROMA - "C'è un tempo per demolire e un tempo per costruire", scriveva Qoelet nell'Antico Testamento. E proprio allo sforzo della ricostruzione del patrimonio culturale, dopo i saccheggi al museo di Baghdad, è dedicato "Iraq prima e dopo la guerra -I siti archeologici'", il volume a più voci curato dall'Istituto italiano di cultura di Bruxelles, che presentato nei giorni scorsi a Roma dal ministro degli esteri Gianfranco Fini e dal responsabile dei Beni culturali Giuliano Urbani. Un libro che è innanzitutto un percorso d'eccezione - guidato dalle firme più illustri della archeologia e delle istituzioni - tra una miriade di capolavori, alcuni dei quali fortunosamente recuperati dopo i saccheggi dell'ultima guerra. Come la splendida "Dama di Warka". il cui volto enigmatico è rimasto sepolto per mesi, avvolto in uno straccio, nel cortile del Museo di Baghdad. Tesori inestimabili, che la difficile situazione irachena post Saddam, ancora insanguinata dai terrorismi, dagli attentati, dai rapimenti, rende di fatto irraggiungibili. E che ora. pagina dopo pagina, in parte con le fotografie, ma soprattutto attraverso la voce appassionata degli esperti che hanno operato e in parte ancora operano in quelle zone, rivivono anche per il lettore più distratto. E documentano il grande valore simbolico del lavoro di salvaguardia di un patrimonio culturale, che certo, sottolinea nella sua introduzione la curatrice Pialuisa Bianco, "Appartiene all'Iraq ma riguarda tutti noi, abitatori del XXI secolo". Luogo della comune identità delle nostre civiltà, terra leggendaria del giardino dell'Eden. l'area mesopotamica. faceva notare nel suo contributo il decano degli archeologi italiani in Iraq Giorgio Gullini (scomparso poche settimane prima che venisse ultimato il Libro) è insomma "la grande palestra dell'archeologia mondiale". Da Ninive a Uruk, da Babilonia ad Hatta, sono tantissimi in Iraq i siti archeologici di importanza planetaria. Un patrimonio inestimabile, sottolinea l'ambasciatore Armellini, che incuria degrado e guerre hanno più volte messo a repentaglio. E che oggi "è ancora in larga parte inesplorato'". In questo contesto, l'Italia, con l'esperienza di mezzo secolo di missioni archeologiche, ma anche con l'eccellenza della tradizione di restauro e i risultati ottenuti nel recupero dei beni trafugati, vanta un ruolo di primo piano. Tanto da meritare il riconoscimento dell'Unesco e guadagnarsi oneri da capofila in questo particolare settore della ricostruzione. Per raccontarlo, il volume curato dall'Istituto italiano di cultura di Bruxelles, parte quindi necessariamente dal 'prima', soffermandosi sul valore della Mesopotamìa e delle sue ricchezze, ma anche su quel "filo rosso" che lega la nostra cultura a questa terra straordinaria, teatro di "nove millenni di storia che hanno influenzato sia verso Ovest che verso Est". Una serie di contributi ricostruisce l'impegno nei diversi siti, prima e dopo la guerra. E poi lo sforzo della ricostruzione, i progetti. Con la consapevolezza di tutti che il compito da svolgere non si esaurisce nella ricostruzione, nel restauro, nelle nuove catalogazioni. Perché l'obiettivo, come ricorda Gullini, "è il valore sociale di una corretta gestione del patrimonio culturale". Lo sforzo è enorme. Tanto che anche la pubblicazione di un libro come questo, fa rotare Pialuisa Bianco, elaborato in questo particolare momento i ella storia irachena, è di per sé eccezionale. Ma è anche un impegno che sottende e lascia spazio alla speranza: quella di un Iraq pacificato e perché no, di una nuova comprensione tra Oriente e Occidente, di cui il nuovo grande Iraq Museum può essere il centro. "Noi lavoriamo in Iraq con il gusto, il piacere, la passione degli studiosi - scrive il ministro Urbani - con la spinta segreta a capire di più sull'alba della civiltà politica, sulla nascita delle città. Ben sapendo però, di poter in questo modo contribuire a che in Iraq presto risorga una città, la vita comune organizzata, non funestata dagli attentati. In una parola come strumento della libertà degli uomini".



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