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SCEMPIO IN SICILIA: principio del silenzio – assenso per le costruzioni in aree protette e per gli interventi e le varianti di destinazione d’uso per gli immobili di valore storico – artistico
Sergio Troisi


Contrariamente a quanto avvenuto poche settimane fa in occasione della sanatoria per alcuni alberghi nella riserva paesaggistica delle Eolie, questa volta il Commissario dello Stato ha scelto di non impugnare una delle norme più controverse contenute nella legge finanziaria della Regione: quella che introduce il principio del silenzio – assenso per le costruzioni in aree protette e per gli interventi e le varianti di destinazione d’uso per gli immobili di valore storico – artistico.

Se non vi saranno modifiche in seguito ai chiarimenti chiesti dal dicastero dei Beni Culturali di cui è titolare Giuliano Urbani, le Soprintendenze avranno così 120 giorni di tempo per bloccare i progetti, trascorsi i quali la licenza verrà intesa come automaticamente concessa.

Un lasso di tempo impraticabile per uffici già gravati da migliaia di pratiche, carenti di mezzi e di personale, che saranno verosimilmente chiamati a far fronte a una valanga di domande con effetti devastanti su un territorio già ampiamente compromesso come quello siciliano, dove ogni annuncio di sanatoria produce – statistiche alla mano – una impennata delle costruzioni abusive, e dove sarebbe stata al contrario auspicabile una normativa di controllo più severa e capillare, e una diversa progettualità di recupero e salvaguardia.


Sotto più di un aspetto, il principio stesso del silenzio – assenso in materia ambientale e di beni culturali innesca un meccanismo perverso; già lo scorso anno, quando era in discussione il nuovo Codice dei Beni Paesaggistici e Culturali, la sua ventilata introduzione relativamente alla vendita dei beni dello Stato aveva spinto una figura autorevole come quella di Salvatore Settis a interventi allarmatissimi sia per l’esiguità dei tempi concessi alle Soprintendenze sia per il carattere irreversibile delle alienazioni.

La norma approvata dall’Assemblea Regionale nei giorni scorsi introduce una ulteriore, gravissima forzatura della complessa legislazione in materia: legifera innanzitutto in maniera surrettizia, vanificando nei prevedibili effetti l’attuale sistema di salvaguardia e aprendo le cateratte di abusi legalizzati; blocca l’attività delle Soprintendenze (che è di tutela, ma anche di valorizzazione) nel compito di un argine fragilissimo, destinato a essere sommerso dalla piena di costruzioni all’interno di aree protette da vincoli archeologici o paesaggistici, di immobili storici trasformati in alberghi o in centri commerciali.

“Quegli uffici si devono dare una mossa”, ha dichiarato il forzista Mercadante, autore dell’articolo contenuto nella finanziaria; come se le Soprintendenze fossero il freno a mano tirato sul tessuto economico dell’isola e non – in una reale prospettiva di valorizzazione delle risorse storiche e ambientali – il loro migliore alleato. E come se la Sicilia fosse un territorio ingessato negli anacronismi del passato e non (come purtroppo è ) sfregiato nei centri storici, cementificato per la maggior parte delle coste, aggredito nei siti archeologici e nelle isole minori.
E soprattutto come se la ventata non liberista (come forse si vorrebbe) ma visceralmente antistatale che soffia da questa norma non facesse leva sulla parte meno nobile della storia siciliana: un risentito sentimento di diffidenza o anche di ostilità verso tutto ciò che cerca di imporsi come un bene comune, un patrimonio condiviso, contro la manifestazione anarchica e arrogante del privilegio particolare.
Se la norma introdotta dalla finanziaria dovesse rimanere immutata, si potrebbe così suggerire una variante alla campagna pubblicitaria promossa dall’Assessorato al Turismo:
Visitate la Sicilia. Affrettatevi. Prima che sia troppo tardi.



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