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«Arte e cultura? Meno numeri e più qualità». Panza di Biumo: in passato si puntava soltanto sulla funzione educativa. Oggi le rassegne hanno un fine economico, sono lo specchio della società
CORRIERE DELLA SERA LOMBARDIA

Il dibattito sulle grandi mostre dopo la presentazione della nuova stagione di Brescia: 18 rassegne, da Gauguin ai contemporanei.
Le grandi mostre non sono inutili, ma hanno un effetto superficiale. E' necessario che gli studenti non siano abbandonati durante le visite. Io ho sempre comprato opere di artisti che la gente disprezzava

MILANO — La regola del rninimalismo americano, «less is more», ben si adatta a quel che pensa delle cosiddette «grandi mostre» in arrivo in Lombardia il nobile collezionista d'arte americana, Giuseppe Panza di Biumo. «C'è bisogno di meno quantità e più qualità. Bisogna puntare più sulle idee e meno sul grande numero di visitatori».
Dall'alto della sua età, perizia e un amore per l'arte contemporanea iniziato, almeno, dal 1956 quando acquistò opere di Antoni Tàpies e di Franz Kline, aprendo il nostro Paese alla conoscenza dell'Informale e dell'Action painting, Panza Di Biumo può affermare a chiare lettere quel che pensa delle grandi mostre.
Cosa ne pensa?
«Ritengo che purtroppo assistiamo a una deviazione dalle funzioni culturali ed educative. Si fanno mostre perché interessano i politici e perché hanno legami con l'economia, promuovono alberghi, negozi e ristoranti della zona dove vengono realizzate, ma rendono scarsa utilità alla cultura».
Vuoi dire che, come al solito, si stava meglio nei bei tempi andati...
«In passato non si pensava alla ricaduta economica: si realizzavano mostre solo se erano utili per presentare qualcosa di nuovo. Non si studiavano a tavolino le preferenze del pubblico, non si prevedeva il numero dei visitatori, ma solo l'utilità educativa».
Ma non è utile ed educativo avvicinare comunque il pubblico all'arte anche con mostre divulgative?
«Non dico che siano inutili, ma hanno un effetto superficiale e non sostanziale. Qualche bel quadro ogni tanto c'è; ma l'insieme sembra organizzato solo per riempire gli spazi».
Le mostre vanno anche finanziate, e se nessuno le va a vedere gli sponsor scappano.
«Quando si chiede a uno sponsor di dar corso a un finanziamento culturale, questo è sempre sensibile alla ricaduta di immagine. Sì tratterebbe almeno di trovare un equilibrio tra fare cultura e fare rappresentazioni con ritorno di immagine. Le mostre Fiat a Palazzo Grassi erano belle, anche se avevano un interesse pubblicitario».
Scusi, ma non è la scuola che deve educare nella nostra società?
«Le scuole mandano in giro ragazzi a visitare mostre e musei, e questa è un'ottima cosa. Però è necessario che siano preparati, altrimenti sono abbandonati a loro stessi nella visita! Adesso si tende a insegnar solo materie scientifiche; ma i burocrati incolti non servono nemmeno alle nostre aziende, che devono esportare cultura».
Perché per fare i grandi numeri basta riproporre ogni volta i soliti Impressionisti? A Brescia, dopo le 300 mila persone per Monet, adesso si propongono da Van Gogh e Gauguin...
«Perché gli Impressionisti hanno inventato i colori, e questo piace alla gente. Prima erano poco usati, nel '400, nel '500 e '600 la pittura è molto scura. Solo Tiepolo e Vermeer sono magistrali nei colori. L'Impressionismo è un'arte che esprime il piacere di vivere».
Qual è l'ultima «grande mostra» che le è piaciuta?
«La mostra di Van Dyck a Palazzo Reale a Milano: non grande ma con capolavori scelti bene».
Quale, invece, butterebbe giù dalla torre?
«Non apprezzo quelle di arte contemporanea che propongono artisti inadeguati. A Lugano, per esempio, ora ci sarà una mostra di Jean-Michel Basquiat, che sarà utile a far aumentare ì valori delle sue opere».
L'arte contemporanea è scarsamente apprezzata e compresa dal grande pubblico.
«Io ho sempre comprato artisti che la gente disprezzava: ora sono le loro opere nei musei. C'è chi fa mostre per far aumentare di prezzo gli artisti che promuove. Anche in America succede così. Sicuramente è successo anche con Maurizio Cattelan. E poi
ci sono anche ì fenomeni di infatuazione».
Un artista sottovalutato, invece, chi è?
«Lawrence Carroll, che è artista dì qualità. Ma è necessario avere una chiave di lettura per comprenderlo. Insomma, una mostra su di lui sarebbe per pochi numeri».
Ha già detto lei una ragione per non fare una mostra su di Carroll.
«Allora diciamo Dan Flavin, che fa anche numeri. L'ho conosciuto nel '66 e tutti ridevano quando compravo le sue installazioni. Dicevano: "Sono neon che puoi trovare anche dall'elettricista"».
Ma esporre le installazioni richiede grandi spazi, quindi, di nuovo, un grandi investimenti, pensi ai «Sette Palazzi celesti» di Anselm Kiefer all'Hangar Pirelli a Milano...
«Kiefer è un caso limite: ma per tanti artisti di Los Angeles che si occupavano di percezione bastava una stanza. Ma è difficile, è arte per i pochi conoscitori».
In definitiva?
«Qualche numero in meno, ma un po' di idealità in più. Ma le mostre sono lo specchio della società d'oggi».


Chi è
Da uomo deriso quando cominciò ad acquistare i primi quadri negli anni Cinquanta a re dei collezionisti di arte contemporanea. A 82 anni il conte Giuseppe Panza di Biumo possiede 2.500 opere, la gran parte delle quali prestate o donate. Nel 1996 insieme con la moglie Giovanna decide di donare al Fai la Villa Menafoglio Litta Panza di Varese, insieme a una parte della collezione, composta da 163 opere di arte americana contemporanea, oltre a tutti gli arredi storici e alla raccolta di arte africana e precolombiana


Gli Interventi
Prosegue il dibattito sulle grandi mostre in Lombardia, dopo il fondo sul Corriere di Omar Calabrese e l'intervista a Philippe Daverio

Calabrese
Le grandi mostre costano, e le voci riguardano sempre di più la spesa improduttiva. ; Ricadono queste voci sul territorio? Poco.

Daverio
Le rassegne non siano un luogo di consumo ma di ricerca. Invece sembra di essere ai tempi del maestro Manzi: non è mai troppo tardi



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